Archivio per novembre 2008

La libreria di Pamuk

I suoi romanzi sono talmente arzigogolati da fare l’effetto di un labirinto barocco in cui ci si perde (malvolentieri, nel mio caso). L’articolo My Turkish Library, pubblicato qualche giorno fa in The New York Review of Books, è invece un piacere immenso.

At the heart of my library is my father’s library. When I was seventeen or eighteen and began to devote most of my time to reading, I devoured the volumes my father kept in our sitting room as well as the ones I found in Istanbul’s bookshops. These were the days when, if I read a book from my father’s library and liked it, I would take it into my room and place it among my own books. My father, who was pleased to see his son reading, was also glad to see some of his books migrating to my library, and whenever he saw one of his old books on my bookshelf, he would tease me by saying, “Aha, I see this volume has been promoted to the upper echelons!”

In 1970, when I was eighteen, I—like all Turkish children with an interest in books—took to writing poetry. I was painting and studying architecture but the pleasure I took from both was fading away; by night I would smoke cigarettes and write poetry, which I hid from everyone. It was at this point that I read the poetry collections that my father (who had wanted to be a poet when he was young) kept on his shelves.

I loved the slender, faded volumes by poets who are known in Turkish letters as belonging to the First Wave (1940s and 1950s) and the Second Wave (1960s and 1970s); having read them, I liked to write poems in the same manner. The poets of the First Wave—Orhan Veli, Melih Cevdet, and Oktay R fat—are remembered by the name of the first poetry collection they published together— Garip, or Strange. They brought to modern Turkish poetry the language of the streets, exulting in its wit and refusing the formal conventions of the official language and the oppressive, authoritarian world they echoed. My father would sometimes open a first edition by one of these poets and entertain us with one or two of their droll and capricious poems, reading them out in a loud voice and adopting an air that led us to understand that literature was one of the wondrous treasures of life.

Il resto dell’articolo potete leggerlo qui.

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Di notte

Ho finito di leggere A Mercy, l’ultimo libro di Toni Morrison, questa notte, intorno alle due. Non è un libro voluminoso, ma, come sempre con Toni Morrison, molto viene detto e scritto fra le righe.

La recensione di David Gates nel NY TImes fa onore a quest’incredibile epica, raccontata in poche pagine e con lo stile scarno e preciso tipico della Morrison.

The Greeks might have invented the pastoral, the genre in which the rustic life is idealized by writers who don’t have to live it, but it’s found its truest home in America. To Europeans of the so-called Age of Discovery, the whole North American continent seemed a sort of Edenic rod and gun club, and their descendants here still haven’t gotten over their obsession with the pure primal landscapes they despoil with their own presence. A straight line — if only spiritually — runs from Fenimore Cooper’s wild Adirondacks and Hawthorne’s sinister Massachusetts forests to Hemingway’s “Big Two-Hearted River” to Cheever’s domesticated locus amoenus of Shady Hill to the theme park in George Saunders’s pointedly titled “Pastoralia” — where slaughtered goats are delivered to employees in Neolithic costume through a slot in the wall of their cave, much as Big Macs appear at a drive-through window. The line even leads to “Naked Lunch,” which pronounces America “old and dirty and evil before the settlers, before the Indians” — simply a calculated blasphemy. Apply enough ironic backspin, and almost any American novel this side of “Bright Lights, Big City” could be called “American Pastoral.” Or for that matter, “Paradise Lost.”

[…] In “A Mercy,” a 17th-­century American farmer — who lives near a town wink-and-nudgingly called Milton — enriches himself by dabbling in the rum trade and builds an ostentatious, oversize new house, for which he orders up a fancy wrought-iron gate, ornamented with twin copper serpents: when the gate is closed, their heads meet to form a blossom. The farmer, Jacob Vaark, thinks he’s creating an earthly paradise, but Lina, his Native American slave, whose forced exposure to Presbyterianism has conveniently provided her with a Judeo-­Christian metaphor, feels as if she’s “entering the world of the damned.”

Il resto è qui.

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Lezione di francese

Da The Catherine Tate Show.

Nel frattempo, in Svizzera…

verkade

Da La Stampa, Suisse choco petrol:

La benzina e il gasolio in Svizzera continuano a costare meno che in Italia. Ma se i distributori del Canton Ticino si devono industriare come mostra questa foto in Canton Ticino – di oggi – forse sarebbe il caso di riflettere su quanto sono cadute in basso le tavolette elvetiche.

Onore al merito degli svizzeri, per aver inventato il ciccolato al latte (Lindt) e per aver fondato l’industria del Cibo degli Deì (Nestlè). Ora però stupisce che si siano ridotti così: regalano quadratini fondenti chi fa benzina da loro. Anzi, forse ci consola. Diciamolo: il cioccolato italiano è migliore, ormai. E non ha certo bisogno di questo tipo di pubblicità per vendere.

Ultima considerazione linguistica: la cioccolata è soltanto calda, il cioccolato al maschile è soltanto solido (al latte o fondente). Del resto il Cibo degli Dei è stato declinato con la desinenza in “a” per secoli, fino a quando appunto l’industria elvetica non ha trasformato in qualcosa di democratico, disponibile per tutti. Ora con questo “trucco” dei distributori si torna indietro di secoli. Linguisticamente, e non solo.

Inutile dire che io preferisco la Verkade.

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Oppio

book-slut

Il NY Times presenta l’elenco dei 100 libri pubblicati nel 2008 che sono degni della nostra attenzione. Un nutrito numero di suggerimenti, dunque, per chi vuole fare o farsi un regalo consolatorio in questi tempi difficili (come diceva Anatole France, Le livre est l’opium de l’Occident, ma forse intendeva qualcos’altro?)

Fra i miei preferiti How Fiction Works di James Woods, Dictation di Cynthia Ozick, The Lazarus Project di Alexander Hemon e A Mercy di Toni Morrison.

Da evitare, a mio modestissimo parere, Unaccustomed Earth di Jumpa Lahiri.

(il disegno è di Patricia Storms.)

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Due link, due visioni distorte

visione-distorta

Allarme Lingua: si direbbe che l’italiano sia in via di estinzione.

Un articolo di Alessandra Iadicicco sulla professione del traduttore, il tutto è stato ispirato dal libro La malinconia del traduttore di Franco Nasi:

La solitudine del traduttore. È la conditio sine qua non: la condizione dello studioso (o studente) mentre studia. Si lavora in silenzio. A casa. Da soli. In assoluta libertà – è questo il bello -, con la totale disponibilità di spazio e tempo. Non si risponde che al proprio senso del dovere – è questo il guaio -, a un’autoimposta disciplina. In mancanza di un orario o posto di lavoro ogni momento, ogni luogo, è buono per lavorare. Il mandato professionale si fa vocazione esistenziale, una missione. O è il contrario? Se ti hanno chiamata per commissionarti una traduzione è perché tu per prima hai detto sono qui. Quando? Molto presto.

il resto di questa visione distorta potete leggerlo qui.

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Come il pongo

pongo

Tutti lo odiano, eppure Google continua a sorprendere meravigliosamente. A un ritmo quasi settimanale propone tools irresistibili, che rendono più facile e divertente navigare su internet.

Fra qualche giorno potremo manipolare e modellare Google come fosse del buon vecchio pongo. Il nuovo tool  in questione si chiama SearchWiki e viene illustrato dal video (in inglese) postato qualche giorno fa sul blog di Google e riportato qui sotto.

In poche parole, sarà possibile personalizzare i risultati di una ricerca su Google, spostando su e giù i link che ci sembrano più o meno interessanti e aggiungendo commenti a piacere. Questa personalizzazione non modifica i risultati degli altri utenti, con cui però, volendo, si possono condividere i propri commenti.

Alla fin fine, non si tratta che di un social bookmarking, come già proposte da FURL, DIGG e il popolarissimo Del.icio.us. Eppure, qualche cosa mi dice che sarà un gran successo. Io personalmente non vedo l’ora di provarlo.

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