Archivio per gennaio 2009

Martirio a prezzi modici

boekhandel

Ramsj è la parola olandese che indica le giacenze, soprattutto di libri (remainder, insomma),  entrata in uso per la prima volta intorno al 1918.  Secondo il dizionario Van Dale, sarebbe addirittura una parola Yiddish, derivata a sua volta dal francese ramas. I ramsj sono la specializzazione della libreria Het Martyrium (credo che il nome sia ispirato a Het MartyriumDie Blendung – di Elias Canetti [*]), situata nell’esosa Van Baerlestraat, ad Amsterdam. Vicino all’ingresso si trovano le ultimissime pubblicazioni e i più famosi best-seller, mentre in fondo al negozio si nascondono i veri tesori. Libri mai sfogliati, a volte in edizione hardback, con le pagine ancora da tagliare. Libri d’arte, di storia, filosofia, letteratura, per bambini. Sempre in poche copie, sempre a meno di € 10. Solo per chi ha gusti peculiari.

Oggi, in soli 15 minuti vi ho speso  il budget mensile che mi concedo per i libri, acquistando:

Michael Quinon, Gallimaufry, 2006. Il sottotitolo è quello che rende irresistibile questo volumetto dalla copertina rosa acceso: A hodgepodge of our vanishing vocabulary.

R. Bartlett e A. Benn, Literary Russia, 2007. Un bellissimo stradario sui generis di Mosca, Pietroburgo, Kiev, Yalta e la Siberia. La storia di ogni  strada viene narrata in base a episodi storici e opere di scrittori sovietici, da Puskin a Majakovskij, per non dimenticare Dostojevskij (che, pare, avesse passeggiato su e giù per le strade di Pietroburgo, pianificando nei minimi dettagli ogni singolo movimento di Raskolnikov).

E. Feinstein, Anna of all the Russias, 2005. Una biografia dettagliattisima di Anna Achmatova, su cui prima o poi mi deciderò a scrivere un articoletto.

Nancy K. Anderson, The Word that Causes Death’s Defeat, 2004. Traduzione ed edizione critica di Poema senza eroe della Achmatova. Ottima edizione, ben curata. Peccato che non vi sia il testo originale a fronte.

John Ruskin, On art and life. Un volumetto che fa parte della collana Great Ideas della Penguin Books, con due saggi: The Nature of Gothic e The Work of Iron.

[*] Il titolo italiano è Autodafé. A proposito della traduzione del titolo originale, sul sito Libri Video, si legge:

Il titolo tedesco Die Blendung provocò imbarazzi nei traduttori e nei recensori, al punto che, sotto la supervisione dell’autore, furono scelti dei titoli differenti per le varie traduzioni: le tre soluzioni adottate appaiono sintomaticamente rappresentative di quell’accecamento che Canetti intese inscenare: il tema del fuoco e del sacrificio (Auto da fé, in Italia, Francia e Inghilterra), dell’immolazione della vittima (Het martyrium, in Olanda) e quello dell’arresto e della labilità della comunicazione ( The Tower of Babel, negli Stati Uniti).

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Due nuove biografie

jb

Ai pochi e rari che vogliono conoscere fatti e misfatti di Samuel Johnson, il primo grande lessicografo (e il più scatenato, a mio parere), consiglio di solito due biografie. La prima è quella del contemporaneo di Johnson, James Boswell, intitolata semplicemente Life of Samuel Johnson: un voluminosissimo libro, rilegato in tela verde, come s’addice a un personaggio del calibro del lessicografo inglese. La seconda raccomandazione è la biografia più recente (2005) scritta da Henry Hitchings, dal lunghissimo titolo Dr Johnson’s Dictionary: The Extraordinary Story of the Book that Defined the World.

E’ di oggi una recensione del Washington Times, in cui si parla di due nuove biografie dedicate a Johnson, la prima prodotta dalla penna di un Jeffrey Meyer (già autore di altre biografie) e la seconda da Peter Martin.

The two biographies before us are two very different approaches to putting some context around the life of this gargantuan (literally) personality who was the great lexicographer of his day, that day’s leading aphorist, political journalist, essayist and moralist; a rescuer of the work of William Shakespeare, a campaigner against slavery and a foe of American independence. At the same time, Johnson was a rude bully of revolting table manners, indifferent personal cleanliness, grotesque facial and physical features, alarming tics and noises and enough psycho-sexual problems to accommodate an entire separate chapter of the Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders of the American Psychiatric Association. And he hated the Scots and generally despised anyone who was not English.

La mia scelta cadrà probabilmente sul libro di Martin:

One of the more interesting arguments advanced by Mr. Martin is that Johnson never intended his “Dictionary” to be the final word on the English language. By defining words with referrals to their first usage, he intended merely to stabilize the language so that the meaning of words would be more precise and thereby make communications between conversant more efficient. He quotes Johnson in the plan he published before he undertook the nine-year project, “Language is the work of man, of a being from whom permanence and stability cannot be derived. Like humans, words do not remain in a time warp, a linguistic limbo: Like their author, when they are not gaining strength, they are generally losing it.”

Despite what he intended however, Johnson’s choice of the words to define (42,000 out of an estimated common vocabulary of the times of twice that many words), of the quotations he used to explain origins of words and even of the authorities cited all served to produce a High Tory, Church of England and aristocratic standard of language that set up a barrier against the infiltration of more commonplace and popular coinage from being acceptable.

La recensione completa potete leggerla qui.

L’immagine qui sopra è una stampa di Thomas Rowlandson (1786).

“Mr Johnson and I walked Arm in Arm up the High Street to my House in James Court; it was a dusky night;
I could not prevent his being assailed by the Evening effluvia of Edinburgh.” As we marched along he grumbled in my ear “I smell you in the dark.”

Chi è interessato ai dettagli dell’amicizia fra Boswell e Johnson potrà trovarli in Boswell’s presumptuous task, di Adam Sisman.

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Cute Tools (2)

cute-tools

Nuovi motori di ricerca: Addictomatic.com (particolarmente adatto per ego searches) e Clusty.com (metasearch, con raggruppamento dei risultati in cluster).

Scribd.com, per condividere documenti con eventuali interessanti. Nella sezione Academic Work si trova una simpatica Little Encyclopaedia of Phonetics.

Box.net, per condividere e proteggere documenti e dati. Backup gratuito fino a 1 Gb.

Vozme.com, text-t-speech. Il testo viene convertito in un Mp3 scaricabile.

Ease, il sito dell’associazione europea dei redattori scientifici.

WALS, ovvero World Atles of Language Structures. Da non perdere.

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Woolf On Reading

lettura

When the day of judgment comes therefore and all secrets are laid bare, we shall not be surprised to learn that the reason why we have grown from apes to men, and left our caves and dropped our bows and arrows and sat round the fire and talked and given to the poor and helped the sick – the reason why we have made shelter and society out of the wastes of the desert and the tangle of the jungle is simply this – we have loved reading.


Virginia Woolf,  The love of reading

Nella foto Lesley e Julia Stephen;  sullo sfondo Virginia Woolf, allora ancora Virginia Stephen.

Postato da: IM

Se po’ fa’… forse

Obama Inauguration

Come tante altre persone in tutto il mondo, anche io martedì  – rientrata a casa dal lavoro – ho acceso il televisore per seguire in diretta la cerimonia di insediamento di Obama alla Casa Bianca. (OT: per la cronaca ho festeggiato con una tazza di Xmas Spicy tea appena acquistato. Fine OT)

Mi sono sintonizzata su La 7 e ho iniziato a seguire diretta e commenti. Finalmente è giunto il momento del discorso di Obama, tradotto in simultanea da un interprete (credo). Neanche 30 secondi e comincio a irritarmi, più il discorso avanza e meno riesco a seguirlo, offuscata da un velo rosso che mi obnubila la mente. Passo su Rai3, altro professionista, stesso risultato: chiudo e cerco uno streaming video su Internet, ossia perdo la fine del discorso e mi incazzo sempre di più. Non c’è tè che regga…

Doverosa premessa: l’interpretariato, anche in una situazione ottimale, è il mestiere più difficile che esista. Nella mia scala di valori gli interpreti sono praticamente semi dei.

Detto ciò, faccio fatica a comprendere la situazione di ieri. Quello che ha scatenato la mia irritazione è stata la resa o presunta tale del discorso. Ogni riferimento o quasi è andato perso, anche perché Obama non si è certo fermato di tanto in tanto per dare modo agli interpreti di tutto il mondo di rendere al meglio le sue frasi e questi ultimi sono stati costretti a corrergli dietro con effetti e tagli assurdi. Dispiace, non per chi ha lavorato in TV che sono certa ha fatto il massimo in una situazione simile, ma per il pubblico italiano che per capire appieno il discorso ha dovuto attendere di leggerlo sui quotidiani questa mattina. Piccoli esempi che spero chiariscano.

  • Obama ha esordito con un My fellow citizens (un semplice e chiaro concittadini = inclusione), gli italiani hanno sentito cittadini…(= voi, esclusione con in più un tono napoleonico o da robespierre)
  • Obama si è rivolto costantemente alle donne e agli uomini ma in italiano spesso e volentieri si è sentito parlare solo di uomini.
  • Ha citato we, the people (“noi, il popolo” è una frase della costituzione), io ho sentito parlare di gente.
  • Obama ha citato Gettysburg (dopo Concord, per la guerra di Indipendenza, e prima della Normandia). Ora capisco che in Italia probabilmente non sappiamo neanche se si mangia, ma per un afro americano la citazione è maledettamente importante.
  • Obama ha usato come paragone, in un discorso più ampio dedicato a grandi e piccoli, il paese del padre. Adesso, nell’economia del discorso forse è ininfluente ma dice molto sull’uomo Obama che non ha dimenticato le origini…. Tutto il discorso è stato tagliato….

Potrei continuare ad annoiarvi a lungo ma, come dicevo, non intendo criticare un lavoratore ma il servizio reso agli italiani. I giornalisti infatti avevano già il discorso di Obama che era online mentre il presidente lo pronunciava. Per altro questi speech in realtà nascono come testi. Non sarebbe stato meglio farlo tradurre e sottotitolare il video senza alcuna perdita: di frasi, significato, enfasi? Con la resa in diretta infatti si è persa anche la forza locutoria di Obama. (L’interprete non è un attore e deve seguire il discorso, non certo declamarlo.)

2 link:

– Il discorso di Obama in inglese

– Un articolo sullo speech writer di Obama

Postato da: MB

Perché parliamo male

cervello

Un certo signor Alfio Caruso si lamenta dalla pagina di Giornalettismo.com: Viviamo male, parliamo peggio. E continua:

Si usa una lingua grondante aggettivi inutili, quando non sono dannosi. Le parole, nel loro semplice significato, vengono ormai giudicate insufficienti. Siamo circondati da arditi dell’imperativo esortativo, avventurieri del risaputo ed esploratori dell’ovvio.

E’ la colpa, ovviamente, dell’evoluzione troppo rapida della nostra cultura e, quindi, del linguaggio. Lo dimostra uno studio dell’University College di Londra, il cui risultato viene riassunto da Le Scienze. Il professor  Nick Chater, che ha diretto lo studio, afferma:

“Il linguaggio è unicamente umano. Ma questa unicità deriva dalla biologia o dalla cultura? La questione è centrale per la nostra comprensione di ciò che significa essere umani, e ha implicazioni fondamentali sui rapporti fra geni e cultura. Il nostro lavoro svela un paradosso al cuore delle teorie sull’origine evolutiva e sulle basi genetiche del linguaggio: anche se è evidente che abbiamo una predisposizione genetica per il linguaggio, il linguaggio umano si è evoluto decisamente troppo velocemente perché i nostri geni potessero recepirlo, suggerendo che esso sia formato e diretto dalla cultura e non dalla biologia“.

Il comunicato originale in inglese si trova qui.

Postato da: IM

Boccacceschi, anche in caserma

parolacce_inglese_italiano

Ci si preoccupa, in Italia e nel mondo, per il linguaggio scurrile e boccaccesco dei giovani.

In Italia lo si riassume col “vaffa”. In Gran Bretagna lo sintetizzano con “F word” (la parola che comincia per F). In ogni paese ha un suo slang e diverse caratteristiche. Ma il fenomeno è universale: la nostra era ha sdoganato le parolacce, le volgarità, gli insulti. Basta sintonizzarsi su una stazione radio, su un canale televisivo o navigare su internet, dove blog, commenti ai blog e chat-line ne sono infarciti, per rendersi conto delle dimensioni del problema. Al punto che ormai, per la stragrande maggioranza, non è più un problema.

L’articolo citato è di Repubblica e potete leggerlo qui nella sua interezza. A proposito di parolacce, si veda anche la mia recensione del libro Uglier Than a Monkey’s Armpit (che entro breve verrà ristampato).

Nel frattempo anche in caserma i carabinieri sembrano essere diventati suscettibili e si fanno causa.

Anche nel gergo da caserma occorre moderare i toni indipendentemente dal fatto che certe espressioni vengano utilizzate con un mero intento correttivo. Secondo la Cassazione un espressione come “hai finito di farti i c. tuoi”, sia pur proferita come “correttivo di un subordinato considerato poco collaborativo”, è  lesiva della dignità e costituisce ingiuria. Con questa argomentazione la Corte (sentenza n. 1428/2009) ha confermato un condanna nei confronti di un tenente dei Carabinieri che, in quattro occasioni, aveva insultato un maresciallo dandogli del ”caprone” dello ”sciagurato” e sollecitandolo con un ”hai finito di farti i c. tuoi?”.

Ulteriori dettagli sono qui. Ma allora Marcia trionfale era un’invenzione?

Postato da: IM


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