Archivio per febbraio 2009

Caro amico, ti scrivo…

Una bellissima “conferenza TED” di Lakshmi Pratury sull’arte dello scrivere lettere.

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McKean on Twitter

twitter

Il Boston Globe ha pubblicato un articolo di Erin McKean a proposito di Twitter. Un estratto:

But it’s not just the twords that make Twitter interesting, it’s the character limit, the implicit constraint of being interesting, witty, informative – in short, of being worthy of the limited attention of your followers. The best tweets of Twitter (some of them collected on the occasionally not-safe-for-work site Favrd.com) are more epigrammatic than newsy. Twitter demands writerliness in a way that instant messages, text-messaging, and even blogging don’t. The question “What are you doing” is really an excuse to polish up the tiny moments of life, just as the best writers have always done.

Twitter is also being used as a venue for some old literary forms: There are people writing short stories and even whole books on Twitter – called Twitlit or Twiterature, or, sometimes, Twittery (“poetry on Twitter”). These stories don’t usually use any tw-words: Instead, they’re more about pushing standard English to the limit, 140 characters at a time. Some authors try to compose an entire story in one 140-character tweet; longer works (including a “twiller” – a Twitter thriller – by New York Times writer Matt Richtel) try to sustain the narrative flow and readers’ interest over a series of bite-size bulletins. They’re interesting experiments, but, by trying to fit older forms into the new Twitter template, they seem to miss the point. The tweet, in essence, is a new literary form, one that prizes juxtaposition, humor, and directness, as well as concision.

Il resto dell’articolo, che contiene anche informazioni sui nuovi neologismi, è qui.

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Poliglotti

poliglotti

Da qualche settimana la notizia di un traduttore/interprete dell’Ue che parla 40 lingue sta facendo il giro del mondo  in trafiletti lunghi e corti, su internet e su carta. Per questo ho deciso di riportarla qui, insieme ad alcune altre informazioni.

Il traduttore/interprete in questione sarebbe il cipriota Ioannis Ikonomou. Pare che sia una spugna quando si tratta di imparare le lingue straniere. L’inglese l’ha imparato a 5 anni dai turisti, l’olandese lo ha tenuto impegnato per qualche mese, durante un corso estivo a Utrecht, e l’unica lingua che è riuscita a frenarlo è  il vietnamita. Il suo segreto per riuscire a imparare le lingue rapidamente:  immergersi completamente nella cultura dell’idioma che si sta imparando. Il che significa anche cambiare abitudini alimentari e religiose per tutto il tempo necessario all’apprendimento.

Di poliglotti come il signor Ikonomou ce ne sono (stati) altri. Per esempio Ziad Fazah, nato nel 1954 in Brasile, parla la bellezza di 56 – 58 lingue, e la stampa brasiliana l’ha definito torre de babel ambulante. Nel XVII secolo l’olandese Anna Maria von Schurman parlava 14 lingue, e ai giorni nostri la signora  Kato Lomb, ungherese, si è aggiudicata non meno di 17 idiomi.  Teniamo poi presente che in paesi come Singapore, la popolazione parla per lo meno due o tre lingue/dialetti.

E che dire del nostro Giuseppe Gaspare Mezzofanti, il più interessante di tutti:  nato a Bologna, figlio di un falegname, compie studi classici e diventa missionario. Grazie alle sue abilità linguistiche e la sua devozione religiosa, nel 1814 arriva a Roma  e diventa cardinale. Si dice che parlasse da 18 a 40 lingue. Lo stesso Cardinale Mezzofanti si vantava non troppo cristianamente di conoscerne da 40 a  78. E dopo la sua morte, il nipote Gaetano Minarelli concluse che lo zio doveva conoscere all’incirca 114 lingue.

Prima di restare a bocca aperta e poi morire d’invidia, è importante tenere presente quanto affermato da Michael Parkvall nel suo bellissimo Limits of Language:

What is also paramount to recognise is the fact – obvious though it may seem – that language competence is relative. How well do you need to speak language X in order to be considered competent in it? It would be surprising indeed if some of the reports on someone being “fluent” in this or that language did not overstate that person’s knowledge. [pagina 143]

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Fischi per fiaschi e lucciole per lanterne

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Una frase scritta e una frase detta. Le stesse parole, messe in fila una dopo l’altra, ma il significato può essere opposto. La comunicazione è molto più di un segno sulla carta: passa attraverso una pausa, un’intonazione, un respiro, è emozione che filtra dalla voce e dai movimenti di chi parla. C’è un cortocircuito tra il linguaggio scritto e quello parlato, un gap che è visibile soprattutto quando si tratta di documenti delicati, come le intercettazioni giudiziarie.

L’articolo di Repubblica, “Dipende come lo dici”,  da cui è tratto questo brano conduce a un sito interessante sui codici della comunicazione parlata, e linka a telegiornali vecchi e nuovi per farci vedere come è cambiato l’italiano.

E un’osservazione interessante in chiusura:

La lingua degli altri. Da un’evoluzione globale al parlato degli immigrati. Per chi è straniero imparare i “codici” del nuovo idioma non è affatto semplice: non basta la grammatica, non è sufficiente memorizzare parole ed espressioni. A darne la prova è lo studio di Anna De Meo dell’Orientale di Napoli, che ha analizzato l’interazione tra un gruppo di studenti cinesi, buoni conoscitori dell’italiano, e i loro colleghi campani. I ragazzi dovevano simulare una scena tra coinquilini che si criticano per le pulizie in casa.

“I giovani cinesi non riuscivano nel loro intento, pur esprimendosi con parole chiare”, spiega De Meo. Il motivo? “Chi è straniero deve acquisire un pacchetto di norme per interagire con gli altri, ma siccome tende a usare quelle della sua cultura si creano incomprensioni”. Capita con le critiche, ma anche con l’ironia. “Non basta studiare una lingua, bisogna superare anche la barriera di queste norme comunicative”, conclude De Meo. Sfumature, tonalità, gesti. Che forse sono l’ultimo passo verso l’integrazione vera.

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L’età del piombo

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Dopo aver abitato e girovagato per una decina d’anni nell’Unione Sovietica (o in quello che era rimasto), l’imperdibile Daniel Kalder, tante volte nominato in questo blog, si è ora trasferito in Texas, senza perdere neanche una libbra della vena critica. Oggi nel Guardian scrive a proposito di una nuova legge statunitense che farà la gioia di molti:

Stop. Go and check your bookcases. Are there any children’s books that were published before 1985? Maybe a bit of Beatrix Potter, Enid Blyton, or even a copy of The Very, Very, Very Long Dog? Well, put on some gloves and remove them immediately, because those things could be lethal. Don’t burn them though – that might release poisons into the air. Don’t bury them either, that could pollute an aquifer. In fact, I’m not sure what you should do. Ah, that’s it! Panic.

You think I’m joking. But apparently the US government believes that these old publications might give children brain damage. You see, prior to 1985, many books were printed with inks and paints that used lead pigments. Last year, following the Chinese “killer toy” scandal, Congress passed the Consumer Product Safety Improvement Act, imposing strict limits on the amount of lead permitted in anything intended for use by children aged 12 and under, from toys to bikes to books. The law was retroactive and came into force on 10 February, and now – according to Walter Olson, an expert in American legal lunacy – anyone who tries to peddle old books for kids containing lead may be in serious trouble: “Penalties … can include $100,000 fines and prison time, regardless of whether any child is harmed.”

Il resto di questo spassoso articolo lo potete leggere qui.

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Lezioni quotidiane

benvenuto

Divertentissimo il suggerimento di Barbara Wallraff per imparare le lingue:

Something I’ve always loved about foreign travel is that every product package, shop sign, radio program, and menu is also a language lesson. Just go about your business and the language will teach itself to you. This isn’t so different from the way infants learn to speak. It’s not as systematic as signing up for French 101—but since time out of mind, it has done the job.

Foreign languages, like fancy French cheeses and paella and prosciutto, are increasingly available here at home. For instance, whenever I feed my cat treats—she likes Whiskas, made by the Mars company—the packet offers me a French lesson: “Une gâterie irrésistible au centre mou, croquante à l’extérieur et tout simplement sublime.” (Even in a language one doesn’t speak, marketing hype is unmistakable, no?)

L’articolo è qui.

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Марина Цветаева / Marina Cvetaeva

cvetaeva

Una bellissima scoperta di prima mattina: un sito dedicato alla poetessa russa Marina Cvetaeva. Il sito è in russo, ma ha anche pagine in inglese ed entro breve in tedesco.

Grazie al super Google Books, le poesie della Cvetaeva tradotte da Zveteremich le possiamo leggere online.

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