Archivio per aprile 2008

Are You Unconscionable Or Passionate?

Oggi vi propongo due articoli.

Il primo riguarda le abitudini linguistiche di Michael Bloomberg, il sindaco di New York. La sua parola preferita: unconscionable.

When a court awarded $308,000 in 2003 to a Bronx woman who slipped on a snowy sidewalk, the decision was “unconscionable.” When the city’s transit workers went on strike in 2005, their walkout was “unconscionable.” And when Mayor Bloomberg contemplated the possibility earlier this month that the State Assembly might not bring his congestion pricing plan to a vote, the mere thought of such a thing was — you guessed it — “unconscionable.”

As a way to express outrage, linguists say the word is an effective choice. It sounds more astute than “terrible.” It has more syllables than “disgraceful.” It has a certain weight that “unbelievable” and “disgraceful” lack.

And the word implies a subtle yet stinging critique of Mr. Bloomberg’s antagonists: that they lack a conscience. Because its meaning is so loaded, some linguists wondered whether Mr. Bloomberg might be using the word a little too liberally.

“It is a strong word and has a little bit of heft,” said Ben Zimmer, the editor of Visual Thesaurus, a Web site that charts synonyms and their relationships to one another. “So in terms of style, it might be better to use it less frequently.”

The Oxford English Dictionary defines “unconscionable” two ways. When it is used to describe a person, the word means “having no conscience.” When it applies to actions, the Oxford defines it as “showing no regard for conscience; not in accordance with what is right or reasonable.”

Il resto dell’articolo è qui.

Il secondo articolo prende spunto dal titolo di un CD di Neil Young, Are you passionate?, per riflettere sull’uso della parola passionate nel linguaggio pubblicitario/corporatese.

Ecco l’inizio:

Are you loving it?” asked Neil Young in his song Are You Passionate?. Some people are, but they’re probably not the ones Young had in mind, “we’re lovin’ it” being the slogan of McDonald’s. Young’s question was that of a rebel rock’n’roll poet, but the answer came straight out of corporate America.

As to the big question of the album Are You Passionate?, businesses are answering in the affirmative as never before. No matter how mundane an industry is, someone is passionate about it. For example, you probably couldn’t be less interested in anything in the news than Interpack 2008, a trade fair for the packaging industry. It has been going on in Dusseldorf. But Elopak is “passionate about packaging”, as are Active Packaging, Polyphane, Venture Packaging, L Gordon Packaging, WEBPackaging and countless other companies that use this same phrase in their marketing.

Potete leggere il resto su The Herald.

Postato da: IM

maiuscole e virgola.

Postato da: IM

Perché non scriviamo in questi giorni

Perché ci siamo gettate a corpo morto nella maratona di lettura, sfidando le ire degli dei (= clienti).

Mercoledì ci siamo dedicate alle giovani leve letterarie (potete vederci sedute per terra, di schiena, giacca rossa). Particolarmente interessante il racconto di Amal Chatterjee. Ci ripromettiamo di leggere il suo libro. Divertenti Nina Siegal e Julie Phillips. E sempre adorabile Pete Jordan, che avevamo già conosciuto a un workshop… e non abbiamo ancora capito perché il suo libro non è stato tradotto in italiano.

Oggi ci deliziamo con il prolifico Vikram Seth, domani con il piccolo ma meraviglioso Junot Diaz.

A risentirci la prossima settimana.

Postato da: IM

???

L’editore tedesco Bertelman ha deciso di pubblicare su carta la versione tedesca della Wikipedia.

Evidentemente non ci siamo capiti.

(link via De Papieren Man, sempre informatissimo)

Cantando s’impara

Vi ricordate quando avevate appena imparato un po’ d’inglese, abbastanza da capire sì e noi il 30% di quello che cantavano Neil Young, Joni Mitchell, Fleetwood Mac & cronies? E poi cercavate il resto nel vocabolario, imparando così qualche parola nuova e inutile? O ero solo io a farlo?

E’ lo stesso principio, in versione aerobica, applicato in questi sfiziosi video, trasmessi in Giappone per insegnare l’inglese a tempo di musica.

Due sono particolarmente interessanti.

Spare me my life

e una frase sempre utilissima

I have a bad case of diarrahoea

Postato da: IM

Let ‘s talk about sex. Not.

Il Guardian propone oggi un’intervista con George Steiner, filosofo, scrittore, saggista, traduttore, critico letterario, il tutto multilingue.

Il paragrafo seguente mi ha fatto molto ridere e per questo ve lo propongo:

Sex, Steiner thinks, is mediated by language in interesting ways. “I have every reason to believe,” he writes, “that an individual man or woman fluent in several tongues seduces, possesses, remembers differently according to his or her use of the relevant language.” This isn’t an unexpected position for Steiner – who has written extensively on translation and “the polyglot condition” in general – to take. But eyebrows have been raised over his arresting examples of multilingual sex-talk, which draw on his own characteristically recondite experiences. A French lover, he writes, once distracted him “in, as it were, mid-flow” by using a tricky subjunctive pluperfect (“Proust may have been among the last to handle these with ease”). “V”, whose dreams were filled with “cats, chamberpots and left-handed firemen”, liked Viennese place names: “Thus ‘taking the streetcar to Grinzing’ signified a gentle, somewhat respectful anal access.”

Tempo fa, sempre il Guardian aveva pubblicato una recensione dell’ultimo libro di Steiner, My Unwritten Books, una raccolta di saggi, fra l’altro sulle sue avventure sentimentali/sessuali.

Steiner, however, breaks his own vow to forswear what he calls ‘publication’, which for him means making public the secrets of his soul, with some tangy glimpses of his sex life. A female colleague at a high-minded colloquium passes him a note suggesting a fuck; after a lecture in Oklahoma, an ‘ebony’ academic tops up his fee by taking him to bed. The coital toil of the lower body never manages to switch off Steiner’s hyper-active head and he looks back on his amorous adventures as a course of research in comparative linguistics. What, he wonders, would it be like to make love in Basque or Russian (as opposed to Finnish or Korean)? As DH Lawrence insisted, the best words are the good old four-lettered Anglo-Saxon ones. Maybe Steiner knows too many languages and has forgotten what a tongue is for.

Ho sempre pensato che meno ne sappiamo della vita privata di un intellettuale famoso, meglio è. Per lui e per noi.

Non credo di aver torto.

Postato da: IM

Alla ricerca dello scaffale perduto

Giorni fa ragionavo a “mente alta”, com’era solito dire un ex capo, sull’ebraismo; Isa (mia musa ispiratrice) infatti mi aveva chiesto di scriverci un post. Pensavo ai saggi di Ariel Toaff, in particolare Mangiare alla giudia che, analizzando la storia delle famiglie ebree italiane, ci conduce lungo un excursus succulento e divertente di piatti e cibi (criticando nel frattempo i moderni ricettari di cucina ebraica “falsi”).

Per quegli strani e tortuosi percorsi sinaptici che la mente intraprende (la mia poi…) mi è venuto in mente d’improvviso “Il purgatorio”.

Ehi, dove andate? No, no, non temete. Non parlerò di teologia né di d/Dio, tanto meno di religione.

No, il purgatorio (o limbo) è uno scaffale della mia libreria (mai lo stesso) chiamato così in ricordo dell’Enfer, quell’area nascosta della Biblioteca Nazionale Francese in cui andavano a morire i libri messi all’indice perché pornografici.

Io non ho alcuna zona infernale, semplicemente perché non credo di possedere libri così interessanti da dover esser “maledetti” (… Pasque di sangue è stato “messo all’indice” ma per motivi ben diversi…) Nel “mio” purgatorio di libri, come forse in quello delle anime, ci finiscono tutti quei volumi incapaci di farsi leggere, anche se -ammetto- non sempre e necessariamente per colpa loro.

Vi troverete un saggio pesantissimo (in tutti i sensi per peso corporeo e complessi calcoli matematici al suo interno) su Stonehenge, accanto a un volume di poesie russe, vari saggi e qualche romanzo. Alcuni si trovano lì da anni e dispero di vederli mai redenti, altri hanno solo dovuto attendere un periodo di espiazione e poi sono stati salvati da un mio ritorno di fiamma.

Alcuni sono regali, altri sono acquisti. Non due fra loro si assomigliano, eppure condividono un destino comune: l’oblio, la polvere, la morte sociale.

Con il purgatorio cattolico condivide un’anima in pena. Infatti, periodicamente, si sposta da un angolo all’altro della casa, come anime alla ricerca di un lettore o, in alternativa, spirito vendicativo nei confronti di questa lettrice.

All’improvviso, infatti, lo ritrovo accusatore in camera da letto, dopo anni passati nello studio, ma poi scompare di nuovo. Che esista anche per i libri un Regno delle cose perdute?

Postato da: MB


Visitatori

  • 156,460 visitatori

a

Ongoing Tweets

Errore: Twitter non ha risposto. Aspetta qualche minuto e aggiorna la pagina.