Archive for the 'Language' Category



Serendipità

In un articolo pubblicato sabato nel Guardian, il giornalista Jeremy Paxman, insopportabile ai più e adorato da pochi (fra cui la sottoscritta) , riflette sulla sua collezione di enciclopedie, dizionari e altre opere di consultazione nell’era di Internet:

[…] a reference book’s capacity for serendipity will score over the web every time. You may be able to turn up the biography of Roy Jenkins much faster on the ODNB website. But you won’t see that the line of J’s among whom he’s interred includes the trade unionist Tom Jackson; his fellow Labour politician Hugh Jenkins; the great rugby fullback, Vivian Jenkins; the poet Elizabeth Jennings; and the daredevil submariner Norman Jewell.

A reference book is still the place to while away the hours. One moment you’re reading about the creator of Zaphod Beeblebrox, Douglas Adams, the next about the bimbashi, explorer, writer and photographer Wilfred Thesiger, or the industrialist, Arnold Weinstock. Do they have anything in common? Not much, beyond determination, and in Adams’s case a vivid imagination and a knack for procrastination.

Il resto dell’articolo è qui.

A chi vuole scoprire e approfondire le avventure televisive di Paxman, un virtuoso dell’inglese nonché temutissimo intervistatore, consiglio quest’articolo di qualche mese fa e una serie di stralci di interviste disponibili su YouTube.

Postato da: IM

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Accent Shifting Syndrome

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Italo-olandese.

270320090131

E’ il primo plurale a confondermi.

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Timewarp

pioggia

Ricevuta oggi, 22/04/2009, ma probabilmente spedita il 01/04/1950:

Vi comunico che la collega Maria Rossi  appartenente al servizio scrivente, dal 1° di maggio sostituirà, quale referente della gestione CasaMia la collaboratrice Rosa Bianchi che dal 1° di giugno andrà in quiescenza.
Quanto sopra per le azioni di competenza.
Vi ringrazio per la collaborazione  e gentilezza  sempre prestata,  e saluto cordialmente

Al di là dell’uso schizofrenico delle virgole, quanti anni sono passati dall’Antilingua di Calvino? (Era il 1965.) Quanti manuali, corsi, libri, siti e norme sono usciti sulla semplificazione del linguaggio… Eppure, qualcuno nel 2009  pensa scrive ancora così.

Oltre alla burocratizzazione del testo, manca  la comprensione che il mezzo di espressione è diverso (ricordate Marshall McLuhan?). Questo testo, infatti, è arrivato via mail e presenta almeno due incongruenze:

  1. arriva da un indirizzo personale, non è una lettera di un servizio/dipartimento/ecc  (di quale servizio scrivente parliamo?);
  2. il linguaggio burocratico appare del tutto fuori luogo per un mezzo informale.

Eppure le persone che incontri normalmente, con cui parli al telefono, non sono così. Non hanno l’aspetto di un impiegato fantozziano. Sono colleghi simpatici, disponibili, che si esprimono chiaramente. Cosa c’è nell’atmosfera di un ente (pubblico o privato a volte poco importa) che trasforma i lavoratori in burocrati che scrivono obbrobri (posso aggiungere un’altra “b” per enfatizzare?) quali “Siamo a scriverle”, “andare in quiescenza” ecc.

Secondo voi, è un retaggio o la strada è ancora lunga?

(Va bene, confesso, la virgola prima della congiunzione mi fa scattare il sopracciglio isterico…)

Postato da: MB

The Beauty of Revision

Madame Bovary

A quanto pare, dalla versione di Madame Bovary pubblicata a suo tempo Flaubert aveva tolto la bellezza di 4500 pagine (in alcuni casi per problemi di censura).

Grazie all’immenso lavoro di 130 volontari, ora tutto il manoscritto annotato e rivisto può essere consultato e ammirato online, in un bellissimo sito interattivo, che consente al lettore di ripristinare eventuali brani corretti o eliminati dallo scrittore francese.

Postato da: IM

Link raccolti

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Alcuni link per questo lunedì:

Con l’indice alzato a  mo’ di ammonimento, il Corriere segnala una ricerca dell’Associazione Comunicazione PerBene, secondo la quale in televisione si sentirebbe un insulto ogni otto minuti.

Secondo l’analisi ogni 8-10 minuti su uno dei principali canali, si può ascoltare un insulto oppure vedere un dibattito che diventa rissa verbale o che si trasforma in lite. Il tutto aggravato dal fatto, come evidenzia il 75% degli esperti, che questo avviene anche in fascia protetta. Una situazione che giudicano molto rischiosa e che secondo il 64% potrebbe avere serie ripercussioni sui comportamenti quotidiani del pubblico, a partire da bambini e adolescenti che crescono convinti che aggredire e sopraffare gli altri sia normale.

Sul sito dell’associazione Comunicazione PerBene si parla, fra le altre cose, di ecologia della comunicazione in termini piuttosto oscuri.

Su Repubblica un’intervista con Camilleri sulla sua sua carriera, la sua passione per Simenon e il suo linguaggio metà italiano metà siciliano:

Molti scrittori parlano meglio di quanto scrivano, è una vecchia intuizione. “Proprio così. M’era venuta in mente la storia de Il corso delle cose e volevo scrivere. Ma non ci riuscivo. In quel tempo mio padre era malato, passavo le notti con lui e raccontavo il romanzo, alla maniera nostra, in quel misto di dialetto e italiano della piccola borghesia siciliana. Finché non mi venne l’idea: perché non scrivere come raccontavo a mio padre? Lo scrissi in pochissimo tempo e lo consegnai a Niccolò Gallo, grande critico, che mi promise di pubblicarlo entro l’anno. Ma, come direbbe Gadda, subito dopo si rese defunto. Il romanzo aspettò altri dieci anni”. Non era facile far passare quella lingua al vaglio degli editor. A proposito, come sono stati i suoi rapporti con gli editor? “In realtà ne ho avuto uno solo, Gallo, che mi fece una montagna di correzioni, tutte preziosissime. Per il resto, ho continuato di testa mia. Tutti naturalmente mi consigliavano di lasciar perdere quella lingua bastarda. Perfino Leonardo Sciascia mi ripeteva: figlio mio, ma come vuoi che ti capiscano i lettori non siciliani? Ma per me era perfetto. Di una tal cosa l’italiano serviva a esprimere il concetto, della stessa il dialetto descriveva il sentimento”.

Nel  Guardian e The Independent si ricorda llo scrittore  J.G. Ballard, scomparso ieri all’età di 78 anni. Ballard era, fra l’altro, autore di Empire of the Sun (Impero del sole). Anche La Stampa rende tributo allo scrittore, definendolo il profeta dei nostri incubi:

Aveva settantotto anni, Ballard: era nato nel 1930. Ma non nell’Inghilterra madrepatria, che conobbe solo nel ’46, a guerra finita, quando lui era già grande, bensì a Shanghai, dove i genitori erano andati e vivere. Un ragazzino abituato a vivere in una casetta stile cottage con dieci servitori cinesi, si trovava poi a uscir per strada, appena adolescente, e assisteva allo spettacolo meticcio di una città di per sé «iperreale», assai prima che lui cominciasse a scrivere: miscuglio tra gangster e straccioni, prostitute russe, una proporzione tra bar e bordelli sostanzialmente pari… Al momento dell’invasione giapponese tutto si rompe, verrà Pearl Harbor, verrà la prigionia di Ballard chiuso due anni nel campo d’internamento, storie che decenni dopo ispireranno il romanzo L’impero del sole, dal quale Steven Spielberg nell’84 ha tratto un film sceneggiato da Tom Stoppard. Diranno: lo scrittore apocalittico è nato lì. O forse ha ragione Martin Amis: «Semplicemente, l’Impero del sole dà forma a ciò che gli aveva dato forma».

Sempre La Stampa pubblica un’intervista molto leggera con l’autore francese Daniel Pennac incentrata soprattutto sulla sua passione per la penna stilografica (e, di riflesso, la scrittura).

Pennac, nomen est omen. L’amore per la penna stilografica continua?
«Ho un fratello generosissimo. Che riempiva i famigliari di meravigliosi regali. A me donò una penna stilografica. È nel mio studio da 46 anni, assieme all’apposito calamaio. Da 46 anni la uso per depositare sulla carta pensieri, appunti, per disegnare e scarabocchiare. Per le lettere agli amici, perché preferisco l’inchiostro alla mail. Per riempire agende e taccuini di appunti durante il giorno, che alla fine diventano la metafora del tempo passato, della vita che è stata vissuta. È la compagna più intima dei miei pensieri, dei miei sogni, delle mie paure. La uso per scrivere quando non ho la forza di scrivere».

Bell’articolo (anche se non so quanto attendibile) del NY Times sul paragone fra l’editoria dell’antica Roma e quella attuale:

Like Martial, most Roman writers knew that the profits of their writing ended up in the pockets of the booksellers, who often combined retail trade with a copying business — and so were, in effect, publishers and distributors too. At best, the author received only a lump sum from the seller for the rights to copy his work (though once the text was “out,” there was no way of stopping pirated copies). Horace, the tame poet of the emperor Augustus, made the obvious comparison: booksellers were the rich pimps of Roman publishing and authors, or even the books themselves, were the hard-working but humiliated prostitutes. He refers to his slim volume of poetry being “on the game, all tarted up with the cosmetics of Sosius & Co.,” his publishers. Not that Horace did so badly from his writing. In the absence of royalties he was, like most of the best-known authors in Rome, taken under the wing of a patron. In fact, Maecenas, Augustus’ unofficial minister of culture, set him up in a house.

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Farfalle di parole

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Con mia grande sorpresa, il Corriere di ieri pubblica la traduzione di un bell’articolo uscito dalla penna del paleontologo Stephen Jay Gould su Vladimir Nabokov. Partendo dalla descrizione dello scrittore russo come entomologo (Nabokov era un esperto di farfalle), Gould si lancia in una serie di considerazioni su dilettantismo e professionismo, arte e scienza.

Un assaggio:

Nabokov lavorò ad Harvard fra il 1942 e il 1948, anno in cui accettò una cattedra di letteratura alla Cornell University. Nel suo campo della sistematica degli insetti era un professionista riconosciuto e stimato. La ragione spesso addotta per attribuire a Nabokov uno status da amatore o anche solo da dilettante deriva semplicemente dall’ignoranza delle definizioni di «professionismo» accettate in questo campo.

In primo luogo, fra i principali esperti di vari gruppi di organismi, ve ne sono sempre stati molti che possiamo considerare «amatori» nel senso letterale e positivo del termine, intendendo cioè che le loro conoscenze senza pari sono ispirate dall’amore per la natura e che essi non ricevono una paga adeguata per il loro lavoro. In secondo luogo – purtroppo – un impiego mal remunerato e inadeguatamente riconosciuto in termini di titoli accademici è sempre stato de rigueur in questo campo. Il fatto che Nabokov lavorasse per una paga esigua e con il vago titolo di «research fellow», invece che con la nomina di professore, non implica la mancanza di uno status professionale. In terzo luogo non sto dicendo che tutti i tassonomisti regolarmente impiegati possano vantare solide competenze, né che il loro status sia sempre giustificato. In tutti i campi esistono un paio d’imbecilli e qualche anima ottusa, anche in posizioni elevate! Illustri tassonomisti esperti del gruppo di farfalle ampio e complesso su cui lavorava – le «blues» – testimoniano l’eccellenza del suo lavoro e gli riconoscono quello che fra i professionisti è il massimo tributo d’onore: lodano infatti il suo buon «occhio» nel riconoscere le distinzioni (spesso sottili) che delimitano le specie e altri gruppi naturali di organismi. In effetti, come molti studiosi hanno fatto notare, prima che Nabokov raggiungesse il successo letterario convenzionalmente inteso, con la pubblicazione di «Lolita», in base ai classici criteri di denaro guadagnato e tempo investito, sarebbe stato possibile identificarlo come lepidotterologo professionista – e come scrittore dilettante!

Il saggio di Gould, tratto dal libro I have landed (Codice Edizioni), è disponibile qui nella traduzione di Isabella C. Blum.

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