Anniversario. A torto o a ragione.

missgrammar

Fra qualche giorno si celebrano i 50 anni di successo del libro The Elements of Style di William Strunk Jr., un libro che è diventato un classico per gli studenti anglofoni. Fu pubblicato per la prima volta in edizione “privata” nel 1918, a cui nel1959 fece seguito l’edizione rivista e corretta da E.B. White, a quel tempo redattore della rivista The New Yorker. Una delle ultime edizioni di questo manualetto è quella illustrata da Maira Kalman. Nel 2008 è poi uscita la versione italiana dal titolo Elementi di stile nella scrittura a cura di Mirko Sabatino.

Sul sito della casa editrice, la versione italiana viene presentata così:

Da quasi cento anni The Elements of Style di William Strunk jr rappresenta negli Usa uno straordinario fenomeno editoriale. Un libro di didattica che ha formato tutte le generazioni americane dal 1918 – data della sua apparizione – ad oggi, vendendo milioni di copie. […] Ma in che cosa consiste il segreto del suo successo? Forse il punto fondamentale è che il libro non solo dice ciò che si dovrebbe sapere sulla scrittura, ma soprattutto non dice niente di più. Perché dentro vi è distillato solo l’essenziale. Dalle norme sintattiche all’analisi dei segni d’interpunzione, delle loro funzioni e di tutti i possibili usi; dalle norme compositive alle questioni di forma all’uso improprio delle espressioni linguistiche, fino a un approfondimento sullo stile e i suoi effetti. E questo in pochissime, essenziali pagine. Perché tutto il resto è talento e applicazione.

Sarebbe bello conoscere la reazione dell’editore e del redattore oggi di fronte ai commenti di Geoffrey K. Pullum, che definisce il libro

The Elements of Style does not deserve the enormous esteem in which it is held by American college graduates. Its advice ranges from limp platitudes to inconsistent nonsense. Its enormous influence has not improved American students’ grasp of English grammar; it has significantly degraded it.

Più precisamente:

[…] both authors were grammatical incompetents. Strunk had very little analytical understanding of syntax, White even less. Certainly White was a fine writer, but he was not qualified as a grammarian. Despite the post-1957 explosion of theoretical linguistics, Elements settled in as the primary vehicle through which grammar was taught to college students and presented to the general public, and the subject was stuck in the doldrums for the rest of the 20th century.

Notice what I am objecting to is not the style advice in Elements, which might best be described the way The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy describes Earth: mostly harmless. Some of the recommendations are vapid, like “Be clear” (how could one disagree?). Some are tautologous, like “Do not explain too much.” (Explaining too much means explaining more than you should, so of course you shouldn’t.) Many are useless, like “Omit needless words.” (The students who know which words are needless don’t need the instruction.) Even so, it doesn’t hurt to lay such well-meant maxims before novice writers.

Even the truly silly advice, like “Do not inject opinion,” doesn’t really do harm. (No force on earth can prevent undergraduates from injecting opinion. And anyway, sometimes that is just what we want from them.) But despite the “Style” in the title, much in the book relates to grammar, and the advice on that topic does real damage. It is atrocious. Since today it provides just about all of the grammar instruction most Americans ever get, that is something of a tragedy. Following the platitudinous style recommendations of Elements would make your writing better if you knew how to follow them, but that is not true of the grammar stipulations.

Il resto dell’articolo, con una critica dettagliata dei consigli di grammatica e stile, potete leggerlo qui.

Postato da: IM

2 Responses to “Anniversario. A torto o a ragione.”


  1. 1 Luigi Muzii 13 aprile 2009 alle 6:14 pm

    Io non condivido l’opinione di King né quella di Pullum, ma solo per il semplice fatto che non ritengo di avere titoli per affrontare, nel merito, le sottigliezze di una lingua che, per quanto possa aver studiato per anni, non mi appartiene.

    Nelle numerose occasioni in cui pure mi è capitato di dover scrivere in inglese, ho assunto a riferimento “The Chicago Manual of Style” e “A Dictionary of Modern English Usage” di Fowler.

    Insoddisfatto, come credo tantissimi altri, della “Guida di stile” Microsoft, peraltro spesso, se non regolarmente, disattesa anche dal personale dell’azienda, non mi azzardo, però, a imbarcarmi in un’operazione che so per esperienza essere estenuante e parca di gratificazioni.

    Mi chiedo, però, perché un italiano dovrebbe attingere alla traduzione di un testo rivolto a un pubblico di lingua inglese per migliorare il proprio stile di scrittura.

    Sull’argomento, almeno in parte, ci… rileggiamo mercoledì.

  2. 2 isabellamassardo 13 aprile 2009 alle 7:44 pm

    Ho dovuto seguire i precetti di Strunk & White all’università per le composizioni in inglese. Forse questo è stato uno dei motivi inconsci che mi hanno poi spinto a laurearmi in lingua e letteratura russa. Oggigiorno se devo scrivere in inglese preferisco Words Fail me in combinazione con Words into Type.

    Tendo a dare ragione a Pullum, soprattutto perché le sue critiche sono basate sul buon senso e una gran dose di logica. E perché la sua grammatica della lingua inglese è ottima.


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