Giovane, bello e abbronzato

berlusconi

Con un tempismo quasi perfetto, seppur del tutto involontario, ai primi di novembre ho proposto al Taccuino un post sul sessismo nella lingua. L’idea mi era venuta dopo aver letto In difesa dell’odio e avervi trovato la parola freemale (da me interpretata -scherzosamente- come female as a free gift for men?). Poi cause esterne hanno deviato un po’ il mio personalissimo train of thought.

Adoro la lingua inglese, particolarmente in questi casi, con questa sua capacità di giocare con se stessa, per le piccole idee geniali con cui riesce a superare i limiti culturali da cui (qualsiasi cultura) parte.

Non credo che l’italiano (la lingua) non sia capace di altrettanto. E’ l’italiano che non vuole.

Ho iniziato ad approfondire i gender studies in università. Stiamo parlando di un secolo fa (metaforicamente e letteralmente), ma già allora la cultura anglosassone aveva un’attenzione ai temi del razzismo e del sessismo che qui da noi è ancora impensabile. Il politically correct in Italia non solo non esiste, ma viene guardato con disprezzo, dall’alto in basso (come il “babbo” in Sicilia). Peggio, è usato come una facciata. Tutto ciò è abbastanza evidente, non è certo solo una mia personalissima opinione. La nostra arretratezza in tema di razzismo e sessismo si svela nell’uso della lingua.

In inglese si trova un ampio spettro di possibilità che vanno dal semplicemente giusto(uso di person/people al posto di man/they, their al posto di he/his, al divertente ma più spinto uso di s/he o she/her. In italiano al massimo seguiamo, prendiamo atto della situazione. Non c’è alcun tentativo di rendere la lingua extragender. Semplicemente, ci rendiamo conto che ci sono ministre, sindache/esse (sul femminile di sindaco vedo ancora un’indecisione di fondo).
Non ce ne eravamo accorte, vero?
Per il resto nessun tentativo creativo di coinvolgere l’altra metà del cielo.

Anche lo straniero è in genere indicato, almeno in Gran Bretagna, con l’origine geografica, non il colore della pelle (= estraneità). Sui nostri giornali invece c’è solo l’Altro: extracomunitario (o, ritornando alle origini, zingaro da quando la Romania è entrata nell’Ue).
A volte immagino che extracomunitario sia un calco, in fondo, dell’americano alien
Questo NON implica, naturalmente, che da noi ci sia più o meno razzismo che in altri paesi, come il celebre caso del MET suggerisce. Vi è però una ben diversa consapevolezza e volontà di non essere inconsapevolmente razzisti.

Non è un caso d’altronde se sono 30 anni che si usa BCE/CE, ma nella “cattolicissima” Italia tutto questo viene bellamente, colpevolmente ignorato, quando non eliminato.

Eppure espressioni come BCE/CE sembrano ottimi compromessi: non costringono a ripensare il proprio calendario, ormai globale, ma allo stesso tempo riconoscono che il “mondo” non è nato con Cristo/Maometto/Javhe/la fondazione di Roma/quello che volete.

Sarebbe solo un piccolo passo ma nella direzione giusta.

Postato da: MB

2 Responses to “Giovane, bello e abbronzato”


  1. 1 Luigi Muzii 14 novembre 2008 alle 10:15 am

    Il politically correct è un’ipocrisia tipicamente puritana, in un paese cattolico non serve: si fa peccato, si va dal prete, si finge di contrirsi, quattro pater, ave e gloria e si ricomincia, anche a pontificare.
    La lingua è “solo” espressione di una cultura, e l’inglese, o meglio sarebbe dire la sua variante americana, non è più ricco dell’italiano o di qualunque altra.
    Passing woman, per esempio, è solo un eufemismo (quindi, come vedi, il politically correct lo hanno inventato in Europa) per shemale; in italiano abbiamo transessuale o transgender per quelli che si vergognano.
    “Abbronzato” è un volgare eufemismo per non dire “nero” o “negro”; la volgarità sta nel voler essere spiritosi e “carini” (da cui “carineria”). La volgarità è un tratto caratteristico di un’Italia accecata dalla pubblicità e dall’apparenza che esprime il meglio o il peggio di sé, dipende dai punti di vista, proprio con la classe politica, i suoi rappresentanti. Non si parla abbastanza, dei tanti nati in Italia da genitori immigrati, fieri, chissà perché di essere italiani. Si mostra però l’emozione di un negro italiano quasi di successo come Okaka e si tribola nell’attesa di poter mostrare, se ci sarà, quella di un altro negro italiano, lui si di successo, come Balotelli.
    Pochi riflettono sul fatto che “extracomunitario” coprende anche svizzeri, americani, australiani e giapponesi.
    “Abbronzato” non è un insulto razzista: è solo l’ennesima sciocchezza di uno sciocco. Il razzismo sta nell’ever colto la vena razziale dell’epiteto e averla calcata senza dire apertamente che il capo del governo italiano è italiano. Oh, no, su De Rica non si può…
    Non è la lingua in difetto.

  2. 2 vardaman 16 novembre 2008 alle 10:42 am

    Mi pare invece che si confonda, nel commento precedente, ipocrisia e educazione, fino a non dire ma a rendere tra le righe che l’educazione posso essere una forma dell’ipocrisia, pensiero sotteso a gran parte degli italiani, a vedere come si comportano sia in italia che nel resto del mondo gli italiani, fieri e convinti di dire pane al pane e vino al vino, per ragioni che non sto qui a discutere ( anche troppo forti e abbastanza poco complesse ) senza cercare di affrontare una realtà allungata con le giuste parole, che se non ci sono si possono creare, rivalutare vecchie parole, ci sono modi, e ognuno di noi nel proprio mestiere e nei propri trucchi di vita le può trovare o resuscitare. I principali colpevoli, al solito, sono i giornalisti e i media, sono loro che costruiscono i tempi del linguaggio e l’uso delle parole, coi titoli e non solo, visto che abbiam smesso tutti di parlare, se non attraverso blog o forum, e nemmeno ci vergognamo. Non sarà mica un discutere questo…
    micasbagiuzza.blogspot.com


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