Schopenhauer (1788-1860) – Della traduzione

schopenhauer

Alle volte in una lingua manca la parola per un concetto, mentre essa si trova nella maggior parte o addirittura nella totalità delle altre lingue: un esempio assai scandaloso di ciò ce lo fornisce, nella lingua francese, la mancanza del verbo stare. Per alcuni concetti si trova invece in una sola lingua la parola adeguata, che poi passa nelle altre: così la parola latina affectus, la parola francese naïf, le parole inglesi comfortable, disappointment, gentleman, e molte altre. Alle volte poi una lingua straniera esprime un concetto con una sfumatura che la nostra lingua non gli conferisce, e con quella sfumatura noi lo pensiamo proprio in tal momento: in quel caso ognuno che cerchi la precisa espressione  dei propri pensieri userà la parola straniera, senza badare se i puristi pedanti abbaiano. In tutti i casi nei quali in una lingua lo stesso concetto non viene esattamente designato con una parola determinata come nell’altra lingua, il lessico indica per la suddetta parola parecchie espressioni affini fra loro, le quali tutte quante colgono il significato della parola in questione, tuttavia non in un modo concentrico, ma in diverse direzioni […] e con ciò vengono designati i confini entro i quali si trova il concetto: così, per esempio, la parola latina honestum verrà parafrasata con una delle seguenti parole: rispettabile, onorevole, onorifico, ragguardevole, virtuoso, eccetera; […]. Da ciò deriva il carattere necessariamente deficiente di tutte le traduzioni. Quasi mai ci riesce di far la versione di un periodo caratteristico, pregnante e significativo da una lingua in un’altra in modo tale che esso abbia precisamente la stessa efficacia. – Quanto alle poesie non si può tradurle, solo parafrasarle poeticamente, che è sempre un’impresa assai dubbia. Perfino nella semplice prosa, la migliore di tutte le traduzioni riuscirà al massimo, in confronto con l’originale, come può riuscire la trasposizione di un pezzo musicale in un’altra tonalità. Chi si intende di musica sa che cosa significhino simili trasposizioni. – Perciò ogni traduzione rimane un’opera morta, e il suo stile è forzato, rigido, non naturale: oppure diventa una traduzione libera, vale a dire si contenta di un à peu près, e, dunque, è falsa. Una biblioteca di traduzioni somiglia a una pinacoteca di copie. Non parliamo poi, delle traduzioni di scrittori antichi che sono un loro surrogato, come la cicoria lo è del caffè.

Arthur Schopenhauer, Sul mestiere dello scrittore e sullo stile, Adelphi, 2003. Traduzione di Eva Amendola Kuhn.

Postato da: IM

3 Responses to “Schopenhauer (1788-1860) – Della traduzione”


  1. 1 luigimuzii 12 novembre 2008 alle 12:57 pm

    Questo brano del filosofo della felicità🙂 non mi è nuovo. Anche a distanza di anni lo leggo sempre con una certa freddezza. L’unica lettura diversa, rispetto alla prima volta, è nel tono. Da giovanissimo mi sembrava solenne, oggi lo trovo supponente.
    Tuttavia, mi sembra che una cosa il Nostro abbia trascurato; le sue parole (tradotte) si prestano a un’interpretazione: conoscere la lingua straniera non è poi così importante, se il destino della traduzione è comunque quello di un pessimo surrogato, nel migliore dei casi, di un cadavere nel peggiore. I traduttori letterari, artistici e creativi, specie quelli dal tedesco, e dalle altre lingue “toste”, quindi, farebbero meglio a darsi all’ippica. Ai traduttori specializzati, invece, resta la consolazione di poter usare Google Translate che almeno non fa errori di ortografia.

  2. 2 isabellamassardo 12 novembre 2008 alle 1:24 pm

    Il brano che ho trascritto era inteso, come molti altri post in questo blog, sono come un appunto, una curiosità e, tutto sommato, un po’ come una citazione provocatoria in stile Germaine Greer.

    Chi lo legge può eventualmente sorridere e continuare a cliccare oppure usarlo come spunto di riflessione, per andare a destra, sinistra, circumnavigare o restare al centro.

    Ovviamente non è una concezione felice della traduzione. Ma a me, per esempio, ha fatto sorridere quel pezzettino “senza badare se i puristi pedanti abbaiano”. Evidentemente già allora c’era chi rompeva le cisterne con la purezza linguistica.
    Fra l’altro, il libro da cui ho preso la citazione contiene altre affermazioni che, a mio parere, sono abbastanza moderne.

    E’ supponente, è vero. Ma quanti di quelli che praticano il mestiere di riflettere non lo sono, quando parlano del proprio lavoro?

  3. 3 Ilaria 12 novembre 2008 alle 7:09 pm

    Benedetto Croce viaggia su binari simili quando afferma che la traduzione non è in grado di riprodurre la forma dell’originale dal punto di vista estetico: “Ogni traduzione, infatti o sminuisce e guasta, ovvero crea una nuova espressione, rimettendo la prima nel crogiuolo e mescolandola con le impressioni personali di colui che si chiama traduttore” (Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, Milano: Adelphi, 1901/1990, p. 87).


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