Lost in translation

Domenica, 21 settembre 2008.

Contesto

E’ una domenica come le altre: un amico atteso per un classico brunch domenicale con diverse teiere, scones di patate, pancakes, speck, diversi tipi di miele e confetture casalinghe. E naturalmente l’amico arriva con i giornali. Questa volta Il Sole24 Ore e La Repubblica (altre volte si aggiungono L’Unità e La Stampa).

Giornata piacevole, di relax e totale fannullismo (non era certo quello che stavo per scrivere ma non vorrei scatenare Il Barbaro) nel tentativo di lasciarsi alle spalle una settimana di lavoro e non pensare alla successiva.

Storia

Da quando è uscito il film di Sophia Coppola, mi sembra che Lost in translation sia diventato un cliché quando si parla di noi.

La Domenica della Repubblica, pagine 36 e 37: due pagine intere dedicate ai traduttori .. o agli interpreti. Non è possibile stabilirlo. Le due pagine, pubblicità a parte, sono composte da due articoli.

  1. Il mondo salvato dagli interpreti
  2. La mia vita pericolosa di traduttore di stato

Sono commossa. Cavolo, due articoli importanti sul mestiere. Quasi da piangere, per di più interessanti.

Il primo racconta dei traduttori, la storia, in particolare i famosissimi dragomanni, e l’importanza del loro ruolo nelle relazioni fra gli stati. Racconta anche di come spesso due traduzioni, volutamente e per motivi politici, non corrispondano, per esempio, per non far perdere la faccia alle parti coinvolte. L’ultimo esempio è il “presunto” successo europeo nel fermare la guerra in Ossezia del Sud: il trattato fra le parti è leggermente diverso…

Il secondo è un lungo trafiletto sul “traduttore di stato” russo che racconta l’importanza del suo compito e del non commettere errori, di come un traduttore di stato sia anche un politologo. L’articolo è condito da aneddoti che lo rendono particolarmente gustoso. Peccato che Leonid Popov sia un interprete…

Anyway, oggi è domenica, sono rilassata, gli articoli parlano comunque bene di una categoria in genere ignorata. Freghiamocene. E per rimanere in tema (domenicale):

Interpreti – Giornalisti, 4 a 3.

Postato da: MB

1 Response to “Lost in translation”


  1. 1 luigimuzii 24 settembre 2008 alle 2:36 pm

    Aggiungo una chicca dei tempi andati. Valeria Sismondo, di cui porto un ricordo straordinario, pur essendo vivissima, insieme a pochi altri, tra cui Jennifer Pudney, una volta “confidò” che il Divo Giulio (Andreotti), per il quale spesso faceva da interprete, parlava un ottimo francese e un altrettanto ottimo spagnolo e si serviva letteralmente di lei per prendere tempo con l’interlocutore. Pensa che stress…

    Ogni volta che ci ripenso mi vengono in mente il francese del miglior cliente di Caraceni con Tony Blair o il suo inglese con George W. Bush (che si complimenta pure, e ho detto tutto), l’inglese di Rutelli o la faccia di Veltroni di fronte alle domande postegli da un intervento alla conferenza stampa di presentazione del suo “The Discovery of the Dawn” a New York.

    Allora mi dico che forse, forse, quasi quasi era meglio se il senato avesse continuato a stanziare i 200 milioni di euro per le lezioni di lingua.


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