Nabokov On Translation

Pity the elderly gray translator

Who lends to beauty his hollow voice

And – choosing sometimes a second-rater –

Mimes the song-fellow of his choice.

To sacred sense for the sake of meter

His is seldom traitor as traitors go,

But pity him when he quakes with Peter

And waits for the terza rima to crow.

It is not the head of the verse line that’ll

Cause him trouble, not is it the spine:

What he really minds is the cursed rattle

That must be found for the tail of the line.

Some words by nature are sort of singlish,

Others have harems of rimes. The word

“Elephant”, for example, walks alone in English

But its Slavic equivalent goes about in a herd.

“Woman” is another famous poser

For none can seriously contemplate

An American president or a German composer

In a viable context with that word for mate.

Since rime is a national repercussion

(And a local holiday), how bizarre

That “skies-eyes” should twin in French and Russian:

“Cieux yeux”, “nebesá-glasá”.

Such boons are irrelevant. Sooner or later

The gentle person, the mime sublime,

The incorruptible translator

Is betrayed by lady rime.

And the poem from the Persian

And the sonnet spun in Spain

Perish in the person’s version,

And the person dies insane.

V. Nabokov – 1952.

Questa poesia, riportata nel numero di settembre di Harpers, sarà inclusa in Verses and Versions, una raccolta di traduzioni di poesia russa scaturite dalla penna di Nabokov e pubblicata il mese prossimo da Houghton Mifflin Harcourt.

Postato da: IM

1 Response to “Nabokov On Translation”


  1. 1 luigimuzii 8 settembre 2008 alle 10:22 am

    Servono cose come questa? A volte sì, per ricordarci cosa siamo più di chi siamo. Troppo spesso, infatti, confondiamo le due cose.
    Le confondiamo così spesso che non pare vero, ai più, ricordarci quanto sia caduco e fallace questo mestiere.
    Viceversa, troppi fanno finta di credere di amare il loro lavoro, volendone invece fare un altro. Perché non dedicarsi a quest’ultimo allora? Perché anche loro “tengono famiglia”?
    Di recente ho ribadito, in diverse sedi, la mia assoluta convinzione che sia l’onestà, massime quella intellettuale, e massime con se stessi, il criterio principe cui deve ispirarsi qualunque attività produttiva, anche (soprattutto?) intellettuale.
    Onestà vorrebbe che non si tentasse, per esempio, di spacciare lucciole per lanterne, “un libro di scrittura creativa” (qualsiasi cosa sia) per “un “vero” manuale di scrittura professionale”.
    La cultura è qualcosa da cui non si può prescindere e da cui deriva, tra l’altro, la dignità del proprio essere e del proprio sentire.
    Mi chiedo come si senta, per esempio, la “ministra” Gelmini oggi che tutto il mondo sa che uno degli italici campioni di educazione, stile e cultura (solo per essere parchi), della sua stessa coalizione di governo, la definisce “incompetente”.
    Chissà se il celtico in questione coglierebbe il pleonasma “nutriente humus”; non provo neanche a chiedermi se coglierebbe, pur tradotto, il senso del testo di Nabokov citato, che si applica alla traduzione come la letteratura alla vita.
    Da parte mia ho come l’impressione che abbia approfittato della mia assenza per sfogarti. Sul texting, per esempio, avrei detto che ho sostituito il vecchio piccolissimo cellulare con uno che avesse la tastiera QWERTY e lo schermo grande. La figlia ormai adolescente dice che l’ho fatto perché sto invecchiando.
    Su D’Orrico mi sarei limitato a dire che è quello che ha decretato il successo di Faletti come scrittore, con le sue entusiastiche recensioni. Non per questo, però, anch’io ho trovato più gustose e interessanti le riflessioni di David Crystal.
    Curiose, infine, le osservazioni di Schiaffino, che non è nuovo a questo tipo di esternazioni, dimenticando, però, o facendo finta di dimenticare, che le aziende come SDL agiscono sulla base delle segnalazioni dei loro grandi clienti, come la società di cui, in un non troppo lontano passato, faceva parte. Io ho spesso nostalgia dei tempi in cui ero in SIP e maledicevo la SIP.


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