Localizzazione

Nella sezione culturale dell’ultimo numero di Internazionale in edicola da ieri/oggi, leggo che le case editrici statunitensi tendono a dimenticare che lo spagnolo è la seconda lingua degli USA e che viene parlata da oltre 45 milioni di persone. Dal 2000 al 2006 sono stati tradotti in inglese solo dodici autori spagnoli. Persino un libro come I detective selvaggi di Roberto Bolaño è stato tradotto solo dieci anni dopo la sua pubblicazione nel mondo ispanico.

Ancora più grave la situazione nel settore dei libri per bambini, con un’unica eccezione: Manolito Quattocchi (Manuelito Gafotas), un personaggio nato dalla fantasia di Elvira Lindo. Le avventure di Manuelito stanno per essere pubblicate negli USA, con la dovuta localizzazione:

La traduzione del libro, però, si è scontrata con un problema che non si era presentato in altre lingue: “Nei paesi anglosassoni”, spiega l’autrice, “i libri per l’infanzia sono sottoposti a una revisione per assicurarne la correttezza politica”. Fa due esempi: negli Stati Uniti non si può dare una “sberla” a Manolito come quelli che la madre gli dà nell’originale. “Sarebbe uno scandalo”, spiega l’autrice, che ammette anche che forse adesso non potrebbe farlo neanche in Spagna. Neanche il personaggio chiamato Jihad “è politicamente corretto dopo l’11 settembre”, per cui il nome è stato cambiato. Invece di affidare il libro a un traduttore professionista, l’autrice l’ha dato a Joanne Moriarty, mediatrice per i pazienti di lingua spagnola in un ospedale di New York. Le sue origini umili la rendevano linguisticamente più vicina al protagonista.

L’articolo non è disponibile online, ma chi è interessato può chiedere gentilmente alla sottoscritta.

Postato da: IM

3 Responses to “Localizzazione”


  1. 1 luigimuzii 18 luglio 2008 alle 8:35 am

    Nella seduta di laurea di lunedì, abbiamo esaminato la traduzione di “<a href=”http://www.nancydrewsleuth.com/thecluecrew.html”Nancy Drew and the Clue Crew” che, come molta letteratura per l’infanzia presentava problemi di localizzazione.

    La laureanda aveva preferito affidarsi per il riscontro delle sue scelte (oserei dire il testing) a un gruppo di bambini rappresentativi del bacino di potenziali lettori.

    Come capita sempre in questo che troppi preferiscono dimenticare è un mestiere, sono state proprio le scelte traduttive a suscitare il dibattito in commissione. Sarebbe stato, credo, una bella soddisfazione per la laureanda assistervi, perché era la testimonianza diretta dell’interesse, della curiosità e degli spunti che il suo lavoro aveva suscitato anche tra “professionisti” di lungo corso.

    Quello che è preoccupante in quel che hai raccontato, e per questo mi riprometto di leggere l’articolo segnalato, è l’ostilità crescente negli Stati Uniti verso altre culture e altre lingue. Le reiterate e sempre più numerose richieste per fare dell’inglese la lingua ufficiale del Paese sono il sintomo di una condizione che andrebbe esaminata a fondo, tanto più in considerazione del fatto che stanno emergendo anche da noi.

    Certo, qui, le cose si possono prendere con più leggerenza, dato che a chiedere l’istituzione di una lingua ufficiale sono personaggi che vorrebbero servirsi della bandiere in modi… “fantasiosi” o che riescono a malapena a mettere tre parole in croce.

    A proposito, secondo te, l’ostinazione a considerare il dialettale “anguria” più italiano dell’italiano “cocomero” che significa?

  2. 2 Ilaria 18 luglio 2008 alle 12:34 pm

    Di certo le ragioni e i relativi conti in tasca ci saranno tutti. Io però provo un cincinino di malinconia quando vedo queste passate di balsamo lenitivo sui prodotti per l’infanzia. Sarà che sono cresciuta con uforobot che faceva saltare in aria i vegani (quelli di Vega, non chi rifiuta i prodotti animali, beninteso), con Paperino che lisciava il portapiume di Qui Quo Qua con la bacchetta e con Zio Paperone che prendeva in giro il sistema carcerario. Ma non per questo sono diventata terrorista, violenta, intollerante o altro.😕

  3. 3 miciamara 21 luglio 2008 alle 3:35 pm

    Ciao Isa,
    in realtà il problema è ancora più grave di come appare, soprattutto in alcuni stati. Nel 1993 sono stata in Florida per diversi mesi per preparare la tesi di laurea. In quell’occasione mi sono resa conto che in moltissime situazioni *l’unica* lingua conosciuta era lo spagnolo.
    Tantissime persone non sapevano l’inglese, cosa che peraltro irritava da morire gli statunitensi “doc”.
    Quando sono tornata negli States anni dopo (California) lo spagnolo era la seconda lingua, anche abbastanza ufficiale.

    Come sia possibile ignorare tutto questo, però, va al di là delle mie possibilità di comprensione anche se ricordo le parole di un conoscente italo americano che era venuto in Italia per imparare la lingua. Quando era piccolo infatti era impensabile per i suoi genitori insegnargli l’italiano per timore che non si integrasse. Oggi le popolazioni non anglosassoni non la pensano più così ma evidentemente altri non hanno affatto cambiato idea.

    Saluti

    M


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