Secondo gli altri

Adrian Lyttelton recensisce la storia dell’Italia dal 1796 a oggi, come capita e scritta da Christopher Duggan.

Un assaggio:

The North–South divide is the source of serious tensions in contemporary Italy, dramatized by the anti-Southern rhetoric of the Northern League. It has become a commonplace to say that Italians lack a well-defined sense of national identity. But is it true? One should not put too much faith in opinion polls, but it is still significant that the cross-national polls conducted by Eurobarometer show that the Italians express fewer doubts about their national identity than Germans, where almost twenty years after reunification the “wall in the mind” between Ossis and Wessis has not been demolished. Fascism, for all its commitment to creating a “community of believers” united by faith in a political religion with its own martyrs, rituals, sacred festivals and even its own calendar, ultimately marked the bankruptcy of the conscious attempts at building national identity by indoctrination and state action. However, the mass media and consumer culture, for all their faults, have brought Italians closer together, diffusing similar models and styles of life. For the first time, Italian became a genuinely common language during the 1960s, thanks to television, although dialects remained the first language of the majority of Italians for considerably longer. One could talk of a “cellular” form of national identity, based on the reproduction and diffusion of similar patterns, in which certain features of the past that were originally local (like cuisine) have been “nationalized”. If pride in Italian political achievements has been almost non-existent, the same could not be said about Italian pride in the manufacture of cars, marketing clothes, design and, of course, football. But one senses that these achievements rest on much more fragile foundations now than in the past. Strong symbols of identification such as the piazza may be losing their efficacy, and Italian culture (film is a good example) has lost the vivacity and relevance that it had in the first thirty years of the Republic.

Postato da: IM

1 Response to “Secondo gli altri”


  1. 1 luigimuzii 4 giugno 2008 alle 10:53 pm

    Non lo so, Dennis Mack Smith era uno storico che si lasciava andare poco alle divagazioni sociologiche. Adesso, invece, sembra che non si possa fare senza.
    Quando leggo certe cose, poi, ho sempre l’impressione che non si aspetti altro di veder fallire la Ferrari, Missoni, Ferragamo, Armani, Prada, perfino la FIAT.
    Sarà che non ho mandato giù la demolizione dell’industria britannica, dalla Triumph alla Norton a Burberry’s.
    Sarà che mi intristisco e mi irrito quando per gli stranieri (e anche per molti italiani) la nostra cultura sembra ferma al Rinascimento.
    La lettura di Savoia (Mack Smith) provocò in me un terremoto perché mi resi conto improvvisamente delle balle che la scuola di Gentile (ancora celebratissimo) aveva diffuso, e dei danni che aveva causato.
    Ancora oggi sentir parlare di Croce e Gentile come due mostri sacri mi scuote e vorrei mettermi a strillare.
    Duggan però ha ragione a dire che la nostra identità, almeno quella contemporanea, è figlia di “mass media and consumer culture”, ma sbaglia a far sottintendere che la televisione degli anni 60 fosse manipolatrice. E forse non ha letto le lagnanze di alcuni tromboni che rimpiangono la scomparsa della cucina regionale. Come se a Thiene si mangiasse la stessa pizza che si mangia a Roma o a Pescara si potesse mangiare il baccalà alla vicentina.
    Forse avrebbe fatto meglio a chiedersi perché gli italiani non sono più accolti all’estero con la stessa simpatia con cui erano accolti quarant’anni fa e perché ci sia sempre un tabloid inglese o un giornalaccio tedesco a uscire di tanto in tanto con una copertina con pizza/spaghetti e pistola; e forse è andato poco anche al cinema.
    Sarà un caso che Severgnini ha passato così tanto tempo a Londra da riuscire a raccontarci solo dell’entusiasmo con cui i suoi colleghi (inglesi) accolsero l’idea che Vialli sarebbe andato a farsi intervistare al giornale?


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