Educare i clienti, tenerli per mano o legarli?

C’è chi dice che i clienti bisogna educarli, ma sono troppo vecchia per credere a questa fola. Il Barbaro dice che bisogna tenerli per mano. Forse. Io penso che bisognerebbe tenerseli stretti legandoli con una corda robusta. E finire il tutto con un nodo del francescano.

Questa è la conversazione che ho avuto questa mattina con un project manager:

– Ciao, come va?

– !

– Sì, è vero, è un bel po’. No, di lavoro ne abbiamo.

– ?

– No, è che non ti chiamiamo più perché ci sono altri più economici. Capisci, dobbiamo tener conto dei nostri margini. (*)

– ??

– No, niente, ti chiamo perché un cliente dice che il suo contatto in Italia non è contento della traduzione. Ci dai una second opinion? Ci servirebbe fra mezz’ora. Vuoi essere pagata??

Postato da: IM

4 Responses to “Educare i clienti, tenerli per mano o legarli?”


  1. 1 luigimuzii 14 maggio 2008 alle 5:44 pm

    Questo è quello che avevo scritto in conclusione e che poi avevo tagliato riservandomi di usarlo per un altro post o per un articolo o chissà che cosa:

    Da due indagini sulle carriere dei deputati dal 1948 a oggi e sulla selezione dei top manager promosse dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti emerge che i risultati, per entrambe le categorie, contano poco o nulla, vittime, come siamo, di un sistema parentale, familistico, anche e forse più, in ambito imprenditoriale, in cui fedeltà e obbedienza contano molto più di competenza e capacità. Questa chiusura, che si ritrova soprattutto nel mondo delle micro-imprese, è quella che offre l’immagine di un sistema paese seduto, poco disposto a rischiare, conservatore.

    Secondo fonti attendibili, l’industria mondiale della traduzione è equivalente, in valore, a quella della bicicletta. La differenza sta tutta in due cose:

    le ditte che fabbricano biciclette sono molto di meno di quelle che vendono e, ancor meno, fanno traduzioni;
    la traduzione è insegnata e vista come un’attività “creativa”, assolutamente non come un’attività “economica”.

    Nel primo caso la soluzione ovvia sarebbe il consolidamento, ma si fa a sbattere con l’atteggiamento figlio del secondo caso e così le filiere, invece di accorciarsi si allungano, i compensi calano, la soddisfazione pure, e le lauree in “teoria e pratica della traduzione letteraria” fioriscono, a beneficio dei peggiori masnadieri felici di lucrare sul velleitarismo di generazioni illuse dalla creatività e centralità della “professione”.

  2. 2 isabellamassardo 15 maggio 2008 alle 1:26 pm

    Sinceramente non so se si tratti solamente di a. creativa / a. economica. Ho le idee alquanto confuse in merito.
    Nel mio secondo paese, spesso e volentieri traduzione e interpretariato sono visti come a. economiche “da sbarco”. Molti dei nuovi arrivati che parlano un po’ di inglese (o altre lingue) provano a fare qualche traduzione/giornata di interpretariato, giusto per guadagnare qualche soldo, in attesa di meglio. Un po’ come fare le pulizie o la baby-sitter.

    Fatto sta che alla mia veneranda età telefonate come quella sopra mi danno una sensazione di grande stanchezza. Oltre a farmi sentire superata, “fuori moda”.

  3. 3 miciamara 16 maggio 2008 alle 1:10 pm

    Ciao Isabella, mi dispiace per l’esperienza. Purtroppo qui non si tratta di educare ma di sbattere le porte in faccia.
    Si, il mio parere si paga e si, lo paghi anche caro se hai la maleducazione di dirmi che sono troppo costosa per te…

    Dedicati una tazza di te, un su non, e prenditi quella mezz’ora di pausa che ti permetta di tornare in pace con te stessa.🙂

    Baci

    M

  4. 4 Ilaria 17 maggio 2008 alle 3:09 pm

    Beh, più che legarli stretti certi clienti sarebbero da imbavagliare, per zittirli. Ma puoi sempre consolarti con clienti ben più simpatici, come quelli che ti chiedono di comprare le mutande…😀


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