L’ora del tè

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Ancora una volta debbo ringraziare la tenutaria proprietaria di questo blog, fonte preziosa di spunti. Condivido con lei una insana passione per il tè, ancora più insana per me che vivo in Italia, noto paese di caffeinomani. (E lo siamo davvero se persino Starbucks ci teme e si arrende…)

Isa, dicevo. Mi ha cortesemente segnalato un articolo di Lucy Siegle (in traduzione italiana su Internazionale di questa settimana) sullo sfruttamento dei lavoratori nell’industria del tè. [Qui parte la lezione, gli ansiosi sono pregati di saltare il post e prevenire attacchi di ansia da tedio…]

L’articolo mi ha fatto venire in mente un aspetto poco noto della traduzione: spesso sono gli oggetti/concetti a essere diversi. Pensate al blu e a blue, solo apparentemente lo stesso colore. I blue eyes sono occhi azzurri, non blu. Lo stesso vale per il cibo (e la cultura?).

Se il tè in Italia è aristocratico, in Inghilterra è da commoner. Aristocratico, non perché snob (anche se a volte i prezzi…) ma perché raro, introvabile, spesso problematico. (Pensate alla faccia di un vostro ospite che scopre con orrore che non vi piace il caffè, non sapendo cosa offrirvi, va in panico. Pensate poi al vostro orrore quando tentano di propinarvi una bustina annegata nello zucchero e nel limone.)

In Inghilterra ci sono stati scioperi anche duri perché non fosse abolita la tea break, momento irrinunciabile della dura giornata lavorativa. (A proposito quand’è che è stata trasformata in “un coffee break”?) In tutto il Regno Unito è quasi impossibile trovare un posto in cui non ti servano una cuppa. Certo poi sulla qualità di questa cup of tea si può discutere (lo stesso vale in Italia per gli intenditori di caffè che cercano con cura il bar in cui fermarsi). E questo forse è l’unico punto che unisce le due culture e i due (?) oggetti.

In inglese il tè evoca molte cose e si sente nella lingua:

  • not my cup of tea
  • to raise a cup
  • tea and sympathy

Se dico a mia madre cosa le viene in mente se le parlo di una tazza di tè, mi risponde immediatamente: o l’ospedale o il mal di pancia. (Qualcuno è in grado di spiegarmi come l’espressione “tazza di tè” è diventata sinonimo di “stare male”? Perché quando non ci si sente bene (e solo se non ci si sente bene) si chiede del tè? Mi verrebbe da vendicarmi con un blend di infima qualità…)

In Italia la stessa pervasività forse lo ha il pane. Per quanto riguarda il caffè, pur adorandolo, non ne abbiamo fatto un significante culturale di “difficile” traduzione. (L’articolo su Internazionale perde i riferimenti linguistici al tè presenti nel testo.)

Tutte queste righe per tornare alle traduzioni (Oscar alla monotonia! Inchino, “grazie, grazie”). Dicevo che spesso si dimentica che anche oggetti comuni in culture simili non coincidono perfettamente.

Una tazza di tè e una cup of tea non sono lo stesso oggetto, prima ancora di non avere la stessa connotazione culturale. Come commentavamo con Ilaria, una collega, pancetta e bacon, burro e butter sono alimenti diversi.

Dietro una tazza di tè c’è tutto un mondo. Scopritelo.

Postato da: MB

2 Responses to “L’ora del tè”


  1. 1 luigimuzii 1 aprile 2008 alle 4:51 pm

    tenutàrio (Treccani)
    s. m. (f. -a) [der. di tenuta]. – Proprietario, gestore di bische, case chiuse e altri locali equivoci, o di sedi e organizzazioni per attività illecite: il t. di una casa da gioco clandestina; la t. di una casa d’appuntamenti.

    te|nu|tà|rio (De Mauro)
    s.m.
    CO chi ha il possesso o la gestione di un locale equivoco [quadro 5]
    😀

  2. 2 isabellamassardo 1 aprile 2008 alle 5:03 pm

    In effetti, questo è un blog equivoco.


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