Il caso Rowling vs Vander Ark: si può parlare di fair use?

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Intervista a Elvira Berlingieri, giurista esperta in diritto delle nuove tecnologie, sul caso Rowling vs Vander Ark.

Abstract:

Otto anni fa, quando ha creato il sito Harry Potter Lexicon, Steve Vander Ark pensava sicuramente di fare cosa buona e giusta, nonché gradita a tutti gli altri fan di HP. Il sito è diventato infatti una vera e propria enciclopedia online, dedicata alla saga uscita dalla penna di J.K. Rowling: informazioni sui personaggi dei sette volumi, articoli, forum, un bestiario, le biografie degli attori dei film, una versione francese e una spagnola.

Sulla base del fair use, principio presente nel diritto anglosassone, il sito Harry Potter Lexicon ha ottenuto la benedizione della stessa Rowling, della casa editrice statunitense e della Warner Brothers. Con la pubblicità online Vander Ark e colleghi hanno guadagnato 6.000 dollari in sette anni. Non molto, quindi.

 

L’anno scorso però il vento è girato. Dopo aver firmato un contratto con RDR, una piccola casa editrice, Vander Ark viene citato dalla Rowling e dalla Warner Brothers per violazione dei diritti d’autore. La Rowling avrebbe intenzione di pubblicare a sua volta una summa di HP, i cui proventi verrebbero elargiti in beneficenza. La pubblicazione di Vander Ark potrebbe impedire alla scrittrice inglese di fare del bene?

 

In realtà, sembra ci sia un tocco di Voldemort in J.K. Rowling: un articolo nel Guardian ci informa che in passato l’autrice ha imposto il ritiro dal mercato o il rifacimento di articoli promozionali ispirati ad HP (nonostante l’intenzione fosse quella di regalare gli articoli, e non di venderli). Avrebbe addirittura fatto causa agli organizzatori di una manifestazione a Calcutta, perché avevano costruito una replica di Hogwarts per un carro da sfilata.

 

 

Taccuino: Elvira, esiste anche in Italia il principio del fair use? Cosa succederebbe da noi se un fan club italiano decidesse di pubblicare tutto quello che sa su HP?

 

Elvira: Più che fair use in Italia esistono delle eccezioni al diritto d’autore appositamente previste dalla legge 633/41. La fan fiction, in realtà, non è specificamente prevista nel nostro ordinamento anche se, almeno in linea di principio, non è vietata. La legge sul diritto d’autore, infatti, protegge la forma espressiva di un’opera, non le idee o i principi che sono dietro quell’opera. Per questo motivo gruppi di fan che parlano e condividono ciò che sanno su un personaggio non violano diritti d’autore, a meno che per farlo non riproducano ampie e abbondanti parti dell’opera originale.

 

 

 

Taccuino: Potresti riassumerci quali sono i diritti del traduttore in Italia? I traduttori italiani potrebbero, per esempio, pubblicare un vocabolario o un saggio sul linguaggio di Harry Potter?

 

Elvira: Il traduttore ha, sulla traduzione, i diritti morali e i diritti di sfruttamento economico che spettano all’autore. Tali diritti sono subordinati all’ottenimento del permesso di tradurre da parte dell’autore dell’opera tradotta. Detto questo, la qualifica di traduttore di un’opera non dà diritti sull’opera originale ma solo sulla traduzione, ergo, per quanto detto nella risposta precedente, tale saggio ipotetico potrebbe essere scritto da chiunque.

 

 

 

Taccuino: L’articolo del Guardian presenta un punto particolarmente interessante per un giurista. I legali di Vander Ark si chiedono come possa esistere una differenza fra il mondo digitale e il mondo cartaceo. La Rowling e la Warner Bros infatti hanno approvato, lodato e usato il sito (anche con il guadagno proveniente dagli ads), ma non ammettono lo stesso principio per la carta. Puoi spiegarci se esiste tale differenza e su cosa si basa?

 

Elvira: Credo che il problema evidenziato nell’articolo sia che il sito di Vander Ark era una iniziativa assolutamente gratuita, non commerciale, dalla quale è poi sorta l’intenzione di fare un libro e venderlo. In verità, la pubblicazione digitale non è che una delle tante possibili forme di comunicazione al pubblico di un’opera, ergo pubblicazioni su carta e in digitale vanno (con)trattate come due forme di sfruttamento economico separate. Detto questo, la differenza di trattamento tra le due forme di pubblicazione nella posizione dei legali della Rowling è certamente imputabile al guadagno economico derivante dalla pubblicazione cartacea (dato che quella digitale era ad accesso gratuito), non altro.

 

 

 

Taccuino: Sempre basandosi sulla legislazione statunitense gli avvocati della Rowling affermano che il libro non è un saggio, perché la semplice sistematizzazione dei fatti non ha valore creativo. Potresti spiegare questo punto?

 

Elvira: E’ solo un punto di vista sostenuto dai legali della Rowling che andrà dimostrato in tribunale. Bisognerebbe leggere per intero gli atti per dare una risposta esauriente. Con ogni probabilità quello che tentano di dimostrare è che il saggio è un mero copia/incolla dei suoi libri e non vi è, pertanto, elaborazione creativa. Ma senza avere letto gli atti, ripeto, la mia è solo una ipotesi.

 

Postato da: MB & IM

2 Responses to “Il caso Rowling vs Vander Ark: si può parlare di fair use?”


  1. 1 luigimuzii 24 marzo 2008 alle 11:31 am

    Mai letti i libri della Rowling; l’Harry Potter cinematografico mi annoia. Credo che Coleridge avrebbe avuto molto da dire.

    A dispetto della presunta difficoltà a rapportarsi con la stampa, la Rowling è tutt’altro che avara di dichiarazioni e mostra anzi una particolare capacità a mantenere l’attenzione su di sé. Di recente, ha perfino dichiarato di aver pensato al suicido dopo il divorzio, una quindicina di anni fa.

    Ad ogni modo, ha dimostrato, se non altro, di essersi saputa vendere come pochi altri al mondo: lo testimoniano i 400 milioni di copie vendute dei suoi libri e il patrimonio stimato in 545 milioni di sterline.

    Credo che anche la sbandierata filantropia faccia parte del gioco: il Volant Charitable Trust le da una pubblicità straordinaria, soprattutto in considerazione del fatto che si serve dei frutti minori del suo lavoro per sostentarla.

    Pecunia non olet, e non mi scandalizzo davanti a un autore che cerca di tutelare in ogni modo il suo lavoro. Mi chiedo semmai, come faccio sempre, cosa se ne faccia un cristiano di tanti soldi: oltre un certo limite diventa difficile perfino spenderli, almeno per chi, come la Rowling, si suppone, sia stato a lungo abituato ad accontentarsi.


  1. 1 Il caso Rowling vs Vander Ark: si può parlare di fair use? Trackback su 24 marzo 2008 alle 9:12 am

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