Analfabetismo all’italiana

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Nel numero di Internazionale in edicola questa settimana (pagina 17, purtroppo non disponibile online), Tullio De Mauro replica all’articolo pubblicato su Repubblica qualche settimana fa, in cui si parlava della massa di laureati semianalfabeti che affligge l’Italia.

De Mauro fa riferimento ad alcuni sondaggi comparativi condotti nel 1999-2000 e nel 2004-2005 in diversi paesi, da cui emerge che circa l’80% degli italiani fra i 14 e i 65 anni ha problemi a leggere, scrivere e far di conto. I risultati sono stati resi noti nel 2006, stranamente senza risvegliare l’indignazione dei politici o dei media. Stranamente, perché nei suddetti sondaggi l’Italia viene battuta solamente dallo stato del Nuevo Léon, in Messico.

Nelle ultime settimane, però, alcuni mezzi di informazione hanno parlato con curiosità del fatto che parecchi laureati italiani uniscono la laurea a un sostanziale, letterale analfabetismo. Questa curiosità vagamente moralistica è meglio di niente? No, non è meglio, se porta a distrarre l’attenzione dalla ben più estesa e massiccia presenza di persone incapaci di leggere, scrivere e far di conto (quello che in inglese chiamiamo illiteracy e innumeracy e in italiano diciamo, complessivamente, analfabetismo). È notevole che l’analfabetismo numerico (l’incapacità di cavarsela con una percentuale o con un grafico) non abbia neanche un nome usuale nella nostra lingua.

[…] Nonostante gli avvertimenti di alcuni (da Umberto Zanotti Bianco o Giuseppe Di Vittorio a Paolo Sylos Labini) l’invito a investire nelle conoscenze non è stato raccolto né dai partiti politici né dalla mitica “gente”. Secondo alcuni economisti il ristagno produttivo italiano, che dura dagli anni novanta, è frutto dei bassi livelli di competenza. Ma nessuno li ascolta; e nessuno ascolta neanche quelli che vedono la povertà nazionale di conoscenze come un fatto negativo anzitutto per il funzionamento delle scuole e per la vita sociale e democratica.

 

Postato da: IM 

4 Responses to “Analfabetismo all’italiana”


  1. 1 luigimuzii 7 marzo 2008 alle 3:02 pm

    Ho in grande considerazione il professor De Mauro che, però, come capita a tanti altri nella sua posizione, dimentica, forse colpevolmente, di avere anche lui parte in questa disfatta culturale che affigge il paese.

    Stiamo celebrando i quarant’anni di una pseudorivoluzione che, per molti versi, è servita solo a sostituire una classe dominante con un’altra. Di questa fanno parte, in maggioranza, gli eredi della precedente, per discendenza anagrafica o sociale.

    La miseria umana che esprimevano certi miei coetanei trenta-trentacinque anni fa era presagio del disastro che avrebbero provocato. Adesso si affannano tutti a proporci, come panacea, e con l’aurea della novità, il ritorno a quello stesso passato che ci hanno fatto credere di aver voluto combattere o, addirittura, combattuto.

    Due giorni fa ho avuto modo di rispondere ad alcuni colleghi che lamentavano la pochezza dei loro studenti che non si può chiedere a questi di essere migliori di loro (tristo è il discepolo che non avanza il suo maestro, se non lo si si è stati per primi dei nostri insegnanti. Parlare di mentoring non è chic, ma triste se non si sa chi era Mentore…

  2. 2 luigimuzii 7 marzo 2008 alle 3:04 pm

    P.S. Comprerò Internazionale e, forse, tornerò su un argomento che non posso ignorare, ma mi avvilisce.

  3. 3 luigimuzii 7 marzo 2008 alle 5:28 pm

    Ho comprato Internazionale, e ho letto l’articolo di De Mauro.

    Riprendo i miei commenti e ricomincio da quanto, secondo me, c’è di più grave. A pagina 13, il professor De Mauro tesse l’elogio di “ludiforme” neologismo cinquantenne che sembra reggere bene l’onta del tempo.

    Nell’articolo di pagina 17, poi, se la prende con la mancanza, nell’italiano, di un equivalente per innumeracy. Trovo curioso, per un linguista, porre un problema del genere e non abbozzare nemmeno un’ipotesi di soluzione; “innumeratismo“, tu, come lo vedresti? La cosa mi riporta a diciassette anni fa, quando il professor Giovanni Nencioni, allora presidente dell’Accademia della Crusca, (ri)lanciò la proposta di un dizionario dei formanti. Se è stato realizzato, io ne ignoro l’esistenza, se, viceversa, come fondatamente temo, l’urgenza è rimasta lettera morta, forse i nostri maggiori o acclamanti linguisti, da Beccaria a De Mauro, da Cortellazzo a Sabbatini, dovrebbero farsi un bell’esame di coscienza.

    Nell’articolo di pagina 17, comunque, il professor De Mauro non indica le fonti dei dati e non ci permette quindi di sapere se, come sospetto, l’indagine sia stata condotta da un istituto straniero, il che porrebbe una legittima, credo, questione linguistica: e se le domande fosse state mal formulate e mal tradotte?

    Io, poi, aspetto sempre di sentir qualche “intellettuale” dire che l’analfabetismo di ritorno è un fenomeno prodotto ad arte. Una società che non ha più fame non si può addomesticare solo con panem et circenses. I giochi servono a far sfogare e usare le frange più violenti, il superfluo a far credere che il necessario non sia più tale e il primo si paga quindi meno del secondo. E cosa ci si infila? Ma la conoscenza! Quella trasmessa dal nuovo focolare, naturalmente. E i De Mauro sono colpevoli di aver lavorato per questo con il loro distacco.

  4. 4 5pagu5 27 marzo 2008 alle 2:57 pm

    Scusate se non commento adesso i vostri interessanti interventi, ma non ne ho il tempo!
    Volevo solo dire che l’articolo in questione è ora disponibile in rete:
    http://www.internazionale.it/firme/articolo.php?id=18612
    così come tutti i contributi di Tullio De Mauro a Internazionale:
    http://www.internazionale.it/firme/archivio.php?author_id=75
    Nel 2008 ce ne sono archiviati solo 2 per il momento!
    Buona lettura e cordiali saluti,
    Lucia


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