Disinformazione linguistica

Oggi è online il nuovo numero della Nota del Traduttore, con tanti libri interessanti …meno uno. Mi riferisco a Il Senso del Tingo di Adam Jacot de Boinod, tradotto da Marina Sirka Mosur.

Pubblicato nel 2005, The Meaning of Tingo ha avuto, da una parte, grande successo di pubblico, e dall’altra si è attirato le critiche di lessicografi e linguisti illustri come Ben Zimmer, che nel suo post su Language Log ha dimostrato come questo libro contenga sciocchezze e inesattezze.Un esempio per tutti è la leggenda urbana per cui gli Eskimo avrebbero la bellezza di 60 termini per indicare i vari tipi di neve. Nel suo bellissimo libro The Great Eskimo Vocabulary Hoax, Geoffrey K. Pullum spiega che i famosi 60 vocaboli (alcuni dicono 100) in realtà sono semplicemente derivati da un numero molto limitato di radici (per ulteriori chiarimenti c’è un post dello stesso Pullum su Language Log).

Viene da domandarsi che cosa abbia spinto la casa editrice italiana a pubblicare un libro così linguisticamente incorretto? Non si dovrebbe fare una specie di prova del nove, consultare qualche esperto, prima di prendere una decisione?

Postato da: IM

2 Responses to “Disinformazione linguistica”


  1. 1 luigimuzii 20 febbraio 2008 alle 9:42 am

    Isabella Massardo: una donna, un mito. Grazie di aver ripreso a “bloggare”.

    Tempo fa ho letto un’interessante analisi sul ROI della traduzione letteraria nella quale si sosteneva, implicitamente, che il traduttore letterario dovrebbe percepire un compenso maggiore rispetto al suo collega tecnico-scientifico per il semplice fatto che, quando un editore decide di affidargli una traduzione, il profitto che questa può procurare è facilmente calcolabile, contrariamente a quanto accade nel caso della traduzione, per esempio, di un manuale.

    Mi viene da pensare anche alla fatica che alcuni affermati traduttori letterari fanno, a loro dire, per convincere il loro editore a pubblicare la traduzione (la loro, ovviamente) di un oscuro scrittore, magari defunto da secoli. Ricordo che di qualcosa del genere raccontava Laura Bocci in “Di seconda mano”.

    Io continuo a nutrire (letteralmente, anche attraverso episodi come questi) la convinzione che i traduttori letterari siano scrittori falliti, prima ancora che mancati e che la loro originaria ambizione li privi del rispetto che ciascuno dovrebbe avere per il proprio lavoro e che a questo dà dignità.

    Molti, così, “ripiegano” sulla traduzione tecnica o sull’insegnamento, o su un qualche altro impiego redditizio mantenendo comunque un distacco che ha quasi le sfumature del disprezzo; e questo, in fondo, spiegherebbe perché circoli tanta mediocrità.

    E adesso che ci siamo procurati nuovi nemici (io per aver fatto questo commento, tu per averlo permesso), da dove ripartiamo?

  2. 2 isabellamassardo 20 febbraio 2008 alle 10:29 am

    Ovviamente un commento con un incipit così lusinghiero non poteva non essere approvato😉.

    A dire il vero, non si può neanche incolpare troppo la casa editrice italiana, quanto piuttosto quella inglese (Penguin, che delusione!), che ha pubblicato per prima il Tingo. Il fatto che l’autore (né linguista, né lessicografo) abbia consultato 220 dizionari e 150 siti (come scritto sul sito della Penguin) non è garanzia di validità scientifica/linguistica. E un editore serio, questo, lo sa (o dovrebbe saperlo).


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