Archivio per aprile 2009

Queen’s Day / Koninginnedag

Alcuni colleghi mi hanno chiesto di togliere la foto di questo post, in seguito all’incidente di Apeldoorn. Fatto. Per evitare discussioni.

Più creativi all’estero

creatividad

A dire il vero, l’ho sempre saputo, ma fa piacere ricevere una conferma scientifica.

Secondo William Maddux, professore presso la business school INSEAD, con sedi in Francia e a Singapore, chi ha vissuto all’estero è più creativo. Viaggiare semplicemente non aiuta.

Maddux ha sottoposto gli studenti a una serie di test, fra cui il test Duncker della candela.

One test was the so-called Duncker candle problem. Subjects are posed with three objects, sitting on a table next to a cardboard wall: A candle, a box of matches, and a box of tacks. From those, they had to make a candle holder that wouldn’t drip wax. Most people fumble with the tacks and the candle–but the correct solution is to empty the box of tacks, attach it on the wall, and make an ad-hoc sconce. The problem has been considered a classic test of creativity because it requires seeing objects as being useful in ways never intended.

Those that lived abroad for longer solved the problems the fastest–but that same effect wasn’t found among those who had simply traveled abroad. And lest you think that there was self-selection at work–that more creative types are more likely to live abroad–the authors took their experiments a step further. They found that creativity increased when students merely “primed” themselves by recalling time spent adapting to a new culture. Maddux and Galinsky hypothesize that living abroad and adapting to cross-cultural challenges flexes your mind in ways that can be readily applied to other real-world situations.

L’abstract dello studio pubblicato dall’American Psychological Association è qui.

Merci al collega Patrice Pinguet per la segnalazione.

Postato da: IM

Sogni di qualità

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Dribblate e rimpalli fra il blog della European School of Translation e quello del Barbaro, su quantità e qualità nel mondo della traduzione e soprattutto nel settore GILT.

Potete leggere e valutare da soli i due post. Io vorrei annotare  (solamente per me stessa) alcune affermazioni fatte da Stefano Spila su cui sono inciampata, tenendo presente però che lavoro solo ed esclusivamente sul mercato olandese e belga. Tralascio anche di commentare la prima parte dell’articolo in cui si parla del settore GILT, per il quale, da mediocre ma costosa traduttrice quale sono, lavoro solo saltuariamente.

Con le proprie attività Stefano Spila e i suoi colleghi della European School of Translation vogliono promuovere una maggiore qualità della traduzioni in quei settori non-GILT come, per es., gli studi legali. Non posso dar torto a Spila. Nella mia esperienza, gli avvocati e i notai sono i clienti migliori. Si aspettano, è vero, un lavoro fatto ad arte, ma pagano bene e a 30 giorni.

Ma il signor Spila scrive:

Pensiamo, solo per fare un esempio, agli studi legali: il volume di traduzioni che richiedono, la qualità attesa e i budget disponibili nonché la flessibilità e l’urgenza escludono nella stragrande parte dei casi il ricorso a una traduzione “industrializzata”. Ma, soprattutto, si tratta di committenti estremamente competenti in materia che però affidano all’esterno questi lavori perché il loro tempo ha un valore di norma troppo elevato perché possa essere dedicato alla traduzione.

Flessibilità e urgenza decisamente sì, nel senso che spesso la segretaria dell’avv. telefona venerdì alle 17.00 e la traduzione serve per lunedì, ore 9.0. Ma non capisco perché una traduzione legale non possa essere “industrializzata”. Non si potrà forse far uso della tanto temuta e derisa machine translation, ma spero che i colleghi italiani, come quelli olandesi, facciano  almeno uso di un CAT tool  e che, in ogni caso, abbiano sostituito la scatola con le schedine / il rolodex terminologico / l’elenco in Excel con un database di rapida consultazione.

Nel settore legale, vi sono poi documenti (a partire dai semplici atti standard di nascita/morte/miracoli fino alle citazioni a giudizio, i testamenti e così via) in cui almeno il 30% del testo può essere “copiato” tranquillamente.

A dire il vero non sono neanche sicura che non si possa applicare la machine translation ai documenti legali. Probabilmente basterebbe accertarsi che la terminologia di cui si serve il sistema sia effettivamente corretta e fare un’approfondita revisione.

Se osservo singolarmente tutti i miei clienti, io che non mi occupo più di localizzazione da molto tempo, non uno, e dico “nemmeno uno” potrebbe essermi sottratto da nessuna commodification, “industrializzazione” o altro processo o acronimo che sia, e immaginare che possano rivolgersi a chissà quale big player sarebbe come ipotizzare che io mi rivolgessi al mercato indiano o cinese per la revisione della mia caldaia a gas, per quello mi rivolgo a un fornitore locale, se mi dimostra la sua competenza e qualità.

Questo è poi un fatto che rimane da dimostrare:  siamo veramente sicuri che i clienti di piccola e media dimensione non vadano a caccia di qualità a basso costo (o solamente di basso costo)? Caldaie a parte, il mercato olandese (e, scommettiamo, anche quello italiano?) offre numerosi esempi che contraddicono quest’affermazione.

Altro punto dell’articolo di Spila su cui inciampo:

[...] la riduzione temporanea del volume di lavoro dovuta alla crisi rappresenta semmai un eccellente momento per investire nella qualità per i traduttori freelance, proprio perché se tra uno o due anni dovesse realmente esserci la ripresa, quella qualità potrà pagare molto.

Immagino che gli investimenti nella qualità siano costituiti da corsi di specializzazione e aggiornamento, software e altro. Ammesso e non concesso che esistano corsi di specializzazione di buon livello (“Gli strumenti del traduttore”, “La terminologia: perché sì?/perché no?”, “La mia prima pagina web”, “Online in due pomeriggi”, “Trovare clienti usando la propria creatività”, “Divertirsi a trovare lavoro”…) e  senza fare i conti in tasca a nessuno, mi domando come possano i traduttori investire nella qualità quando le tariffe stanno scendendo a spirale verso il basso e, al contrario dei prezzi dei cereali, non accennano a fermarsi.

Ciononostante, come Stefano Spila, anch’io sono una sognatrice e nel mio piccolo cerco di non vendere auto a tre ruote. Ma che questa sia la mia salvezza a lungo termine … neanche nei miei sogni ne sono troppo sicura.

Postato da:  IM

Home and away.

Home and away. She had known both; found good in both; loved and hated both. She did not want to have to choose one or the other, because in every choice something is gained but something is lost. And in any case, why was home thought of as a place? What if it were something else?

Laila Lalami, Secret Son.

Postato da: IM

Fine settimana

Cowboy Junkies – Misguided Angel

Strumenti virtuali

strumenti2

VirtualBox è un software disponibile in versione “aziendale”  e open source, che consente di utilizzare sistemi operativi diversi all’interno di un altro OS.  L’interfaccia grafica è molto facile da usare e con un apposito wizard si può “creare” un computer virtuale. Per farlo funzionare al meglio occorre però un PC con molta memoria.

Hushmail, un servizio di e-mail in tre versioni (Free, Premium, Business), per chi ha qualche cosa da nascondere.

Melzoo.com. Godibilissimo questo meta search engine, che suddivide i risultati in due schermate. A sinistra si vede l’elenco dei risultati. Basta portare il mouse su un link per vedere a destra la pagina in questione.

Postato da:  IM

Timewarp

pioggia

Ricevuta oggi, 22/04/2009, ma probabilmente spedita il 01/04/1950:

Vi comunico che la collega Maria Rossi  appartenente al servizio scrivente, dal 1° di maggio sostituirà, quale referente della gestione CasaMia la collaboratrice Rosa Bianchi che dal 1° di giugno andrà in quiescenza.
Quanto sopra per le azioni di competenza.
Vi ringrazio per la collaborazione  e gentilezza  sempre prestata,  e saluto cordialmente

Al di là dell’uso schizofrenico delle virgole, quanti anni sono passati dall’Antilingua di Calvino? (Era il 1965.) Quanti manuali, corsi, libri, siti e norme sono usciti sulla semplificazione del linguaggio… Eppure, qualcuno nel 2009  pensa scrive ancora così.

Oltre alla burocratizzazione del testo, manca  la comprensione che il mezzo di espressione è diverso (ricordate Marshall McLuhan?). Questo testo, infatti, è arrivato via mail e presenta almeno due incongruenze:

  1. arriva da un indirizzo personale, non è una lettera di un servizio/dipartimento/ecc  (di quale servizio scrivente parliamo?);
  2. il linguaggio burocratico appare del tutto fuori luogo per un mezzo informale.

Eppure le persone che incontri normalmente, con cui parli al telefono, non sono così. Non hanno l’aspetto di un impiegato fantozziano. Sono colleghi simpatici, disponibili, che si esprimono chiaramente. Cosa c’è nell’atmosfera di un ente (pubblico o privato a volte poco importa) che trasforma i lavoratori in burocrati che scrivono obbrobri (posso aggiungere un’altra “b” per enfatizzare?) quali “Siamo a scriverle”, “andare in quiescenza” ecc.

Secondo voi, è un retaggio o la strada è ancora lunga?

(Va bene, confesso, la virgola prima della congiunzione mi fa scattare il sopracciglio isterico…)

Postato da: MB

The Beauty of Revision

Madame Bovary

A quanto pare, dalla versione di Madame Bovary pubblicata a suo tempo Flaubert aveva tolto la bellezza di 4500 pagine (in alcuni casi per problemi di censura).

Grazie all’immenso lavoro di 130 volontari, ora tutto il manoscritto annotato e rivisto può essere consultato e ammirato online, in un bellissimo sito interattivo, che consente al lettore di ripristinare eventuali brani corretti o eliminati dallo scrittore francese.

Postato da: IM

Link raccolti

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Alcuni link per questo lunedì:

Con l’indice alzato a  mo’ di ammonimento, il Corriere segnala una ricerca dell’Associazione Comunicazione PerBene, secondo la quale in televisione si sentirebbe un insulto ogni otto minuti.

Secondo l’analisi ogni 8-10 minuti su uno dei principali canali, si può ascoltare un insulto oppure vedere un dibattito che diventa rissa verbale o che si trasforma in lite. Il tutto aggravato dal fatto, come evidenzia il 75% degli esperti, che questo avviene anche in fascia protetta. Una situazione che giudicano molto rischiosa e che secondo il 64% potrebbe avere serie ripercussioni sui comportamenti quotidiani del pubblico, a partire da bambini e adolescenti che crescono convinti che aggredire e sopraffare gli altri sia normale.

Sul sito dell’associazione Comunicazione PerBene si parla, fra le altre cose, di ecologia della comunicazione in termini piuttosto oscuri.

Su Repubblica un’intervista con Camilleri sulla sua sua carriera, la sua passione per Simenon e il suo linguaggio metà italiano metà siciliano:

Molti scrittori parlano meglio di quanto scrivano, è una vecchia intuizione. “Proprio così. M’era venuta in mente la storia de Il corso delle cose e volevo scrivere. Ma non ci riuscivo. In quel tempo mio padre era malato, passavo le notti con lui e raccontavo il romanzo, alla maniera nostra, in quel misto di dialetto e italiano della piccola borghesia siciliana. Finché non mi venne l’idea: perché non scrivere come raccontavo a mio padre? Lo scrissi in pochissimo tempo e lo consegnai a Niccolò Gallo, grande critico, che mi promise di pubblicarlo entro l’anno. Ma, come direbbe Gadda, subito dopo si rese defunto. Il romanzo aspettò altri dieci anni”. Non era facile far passare quella lingua al vaglio degli editor. A proposito, come sono stati i suoi rapporti con gli editor? “In realtà ne ho avuto uno solo, Gallo, che mi fece una montagna di correzioni, tutte preziosissime. Per il resto, ho continuato di testa mia. Tutti naturalmente mi consigliavano di lasciar perdere quella lingua bastarda. Perfino Leonardo Sciascia mi ripeteva: figlio mio, ma come vuoi che ti capiscano i lettori non siciliani? Ma per me era perfetto. Di una tal cosa l’italiano serviva a esprimere il concetto, della stessa il dialetto descriveva il sentimento”.

Nel  Guardian e The Independent si ricorda llo scrittore  J.G. Ballard, scomparso ieri all’età di 78 anni. Ballard era, fra l’altro, autore di Empire of the Sun (Impero del sole). Anche La Stampa rende tributo allo scrittore, definendolo il profeta dei nostri incubi:

Aveva settantotto anni, Ballard: era nato nel 1930. Ma non nell’Inghilterra madrepatria, che conobbe solo nel ’46, a guerra finita, quando lui era già grande, bensì a Shanghai, dove i genitori erano andati e vivere. Un ragazzino abituato a vivere in una casetta stile cottage con dieci servitori cinesi, si trovava poi a uscir per strada, appena adolescente, e assisteva allo spettacolo meticcio di una città di per sé «iperreale», assai prima che lui cominciasse a scrivere: miscuglio tra gangster e straccioni, prostitute russe, una proporzione tra bar e bordelli sostanzialmente pari… Al momento dell’invasione giapponese tutto si rompe, verrà Pearl Harbor, verrà la prigionia di Ballard chiuso due anni nel campo d’internamento, storie che decenni dopo ispireranno il romanzo L’impero del sole, dal quale Steven Spielberg nell’84 ha tratto un film sceneggiato da Tom Stoppard. Diranno: lo scrittore apocalittico è nato lì. O forse ha ragione Martin Amis: «Semplicemente, l’Impero del sole dà forma a ciò che gli aveva dato forma».

Sempre La Stampa pubblica un’intervista molto leggera con l’autore francese Daniel Pennac incentrata soprattutto sulla sua passione per la penna stilografica (e, di riflesso, la scrittura).

Pennac, nomen est omen. L’amore per la penna stilografica continua?
«Ho un fratello generosissimo. Che riempiva i famigliari di meravigliosi regali. A me donò una penna stilografica. È nel mio studio da 46 anni, assieme all’apposito calamaio. Da 46 anni la uso per depositare sulla carta pensieri, appunti, per disegnare e scarabocchiare. Per le lettere agli amici, perché preferisco l’inchiostro alla mail. Per riempire agende e taccuini di appunti durante il giorno, che alla fine diventano la metafora del tempo passato, della vita che è stata vissuta. È la compagna più intima dei miei pensieri, dei miei sogni, delle mie paure. La uso per scrivere quando non ho la forza di scrivere».

Bell’articolo (anche se non so quanto attendibile) del NY Times sul paragone fra l’editoria dell’antica Roma e quella attuale:

Like Martial, most Roman writers knew that the profits of their writing ended up in the pockets of the booksellers, who often combined retail trade with a copying business — and so were, in effect, publishers and distributors too. At best, the author received only a lump sum from the seller for the rights to copy his work (though once the text was “out,” there was no way of stopping pirated copies). Horace, the tame poet of the emperor Augustus, made the obvious comparison: booksellers were the rich pimps of Roman publishing and authors, or even the books themselves, were the hard-working but humiliated prostitutes. He refers to his slim volume of poetry being “on the game, all tarted up with the cosmetics of Sosius & Co.,” his publishers. Not that Horace did so badly from his writing. In the absence of royalties he was, like most of the best-known authors in Rome, taken under the wing of a patron. In fact, Maecenas, Augustus’ unofficial minister of culture, set him up in a house.

Postato da: IM

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