L’elogio di Wikipedia

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Nella NYRB, Nicholson Baker ha un gustosissimo articolo sui successi e gli insuccessi della grande W. Wikipedia, ovviamente.

Perché ci piace Wikipedia? Perché è gratuita, perché è sociale, tutti possono partecipare e condividere quel poco che sanno. Perché è uno sforzo comune per un mondo migliore e più interessante, in cui tutti diventano una forza per il bene comune.

But the sources and the altruism don’t fully explain why Wikipedia became such a boom town. The real reason it grew so fast was noticed by co-founder Jimmy “Jimbo” Wales in its first year of life. “The main thing about Wikipedia is that it is fun and addictive,” Wales wrote. Addictive, yes. All big Internet successes—e-mail, AOL chat, Facebook, Gawker, Second Life, YouTube, Daily Kos, World of Warcraft—have a more or less addictive component—they hook you because they are solitary ways to be social: you keep checking in, peeking in, as you would to some noisy party going on downstairs in a house while you’re trying to sleep.

L’articolo continua spiegando che cosa succede veramente dietro le quinte di Wikipedia: le discussioni su un articolo, le scelte redazionali, gli atti di vandalismo, gli stub cancellati e altro.

Altre letture consigliate su quest’argomento sono Who writes Wikipedia? di Aaron Swartz e il libro Wikinomics di Don Tapscott e Anthony D. Williams.

Postato da: IM

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1 Response to “L’elogio di Wikipedia”


  1. 1 luigimuzii 1 marzo 2008 alle 11:05 am

    Io sono un utente affezionato e critico. Per trovare notizie altrettanto dettagliate sul caso Dreyfus dovrei consultare la Grande Treccani, che, però, non me ne darebbe su John Coltrane.

    Forse è per questo, e per quello che dici, che Wikipedia è costantemente sotto attacco, e i suoi nemici variano dalla CEI al Comune di Firenze, passando per diversi organi governativi di paesi che pure ci ostiniamo a considerare democratici.

    A mia figlia, e ai miei studenti, continuo a ripetere che le informazioni, da qualunque fonte provengano, devono essere riscontrabili e verificate. Mia figlia, però, nell’ingenuità dei suoi tredici anni, mi chiede se sia per questa ragione che sento tanti telegiornali e mi arrabbio non solo quando sento il futuro capo del governo mentire spudoramente nella certezza di essere creduto e i pennivendoli di casa nostra dargli corda o, peggio, diffondere loro stessi “informazioni” senza averle verificate.

    Ma forse è solo che non siano ancora pronti, cinquecento anni dopo Galileo, e tremila dopo Socrate, alla cultura del dubbio.


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